domenica 17 giugno 2018
sabato 25 marzo 2017
Mi manchi " Naomo"
Un anno fa, in una giornata più o meno come questa, la telefonata di tuo fratello : " Livio non c'è più "
Ed io mi sono sentita male!
Sconcertata, affranta, inebetita, sgomenta, piegata in due dal dolore....Non capivo più niente!
Tu, il guascone folle, smargiasso, irriverente ; con quella palese fame di divertimento, di trasgressione, te n'eri andato così, in un battito d'ali, a poco più di cinquant'anni. L'ultimo tuo atto d'anarchia.
Ritrovarci a distanza di anni, dopo percorsi diversi che ci avevano divisi, era stato un regalo del cielo.
Ti ho visto nascere, crescere...poi sparire per un po' preso in un gorgo di vita troppo "diversa" dalla nostra. Una vita che certo noi non potevamo condividere ma neanche capire. Poi la morte dello zio Silvano (mio padre) ci ha riavvicinati e, finalmente , fatti ritrovare.
Che ridere sul mare sotto i nostri vicini ombrelloni che collegavamo l'un l'altro con un grande telo per avere più ombra. Giornate di chiacchiere, confidenze, e " ti ricordi" condividendo tutte quelle memorie che, come un virtuale archivio, tu custodivi nella testa. Un po' spaccone, un po' bugiardo, non si capiva mai dove finiva il racconto e iniziava l'immaginazione, la fantasia.....ma ci trovavamo d'accordo, specialmente quando facevamo la "radiografia" un po' a tutti in famiglia.
Ma che non eri felice lo sapevo, era evidente che un tarlo ti rodesse. E il tuo mal-essere alle volte era palese. Lo dicevo ogni tanto a tua mamma (che amo come una sorella) quando eravamo da sole e lei si spassionava : "Attenta Liviana, perché Livio sembra una roccia ma tra i tuoi figli è il più fragile!"
Basta, come non detto, ho un groppo in gola e non voglio parlarne più. Non ho niente da dire, niente da recriminare. Non ho neanche capito bene come e perché sia successo. Ma è successo, e non ci sei più, solo questo so. Se volevi fare un dispetto a qualcuno ci sei riuscito....lasci dietro di te uno tsunami di se e di ma....una valanga di sensi di colpa.
Ho provato dopo un po' a tornar sul mare, ma ci stavo troppo male.
Mi giravo verso la passerella dalla quale ti vedevo arrivare, verso l'ora di pranzo, ma inutilmente...tu, con quell'andatura caracollante che sembrava quasi una danza; tu , con quegli abbinamenti improbabili nei colori di magliette e pantaloncini perché per te, daltonico, il mondo aveva solo sfumature di grigio;
tu che in spiaggia usavi sempre strampalati pareo per cui ti avevo soprannominato "Naomo" e per cui tu, spesso mi mandavi a quel paese. Ma lo facevi anche quando ti dicevo : Naomo, guarda che colori ha oggi il mare! Oppure quando ti raccontavo della mia strana predisposizione a "comunicare" con i nostri cari defunti. No, quello proprio ti faceva fuggire con la pelle d'oca.
Ecco, tutto questo mi è rimasto di te, insieme al tuo sorriso di bambino che rideva come un matto quando, per farlo giocare, gli facevo le imitazioni dei personaggi televisivi.
C'è una storia dietro ogni persona. C'è una ragione per essere quello che si è. Ma la tua storia mi rimane spezzata nel fondo dell'anima come una chiave in una vecchia serratura.
Proverò a tornare sul mare quest'estate, a quella spiaggia che noi amavamo tanto; e osserverò l'ondeggiare dell'acqua, carpendone ogni sfumatura, ogni piccolo sussurro, ogni lieve o violenta murmure, pensando che tu ci sei, che ne fai parte.
Ci incontreremo ancora tu ed io, e saluterò l'aria, il mare e la terra, ogni giorno, al tramonto, in ricordo di te.
Ed io mi sono sentita male!
Sconcertata, affranta, inebetita, sgomenta, piegata in due dal dolore....Non capivo più niente!
Tu, il guascone folle, smargiasso, irriverente ; con quella palese fame di divertimento, di trasgressione, te n'eri andato così, in un battito d'ali, a poco più di cinquant'anni. L'ultimo tuo atto d'anarchia.
Ritrovarci a distanza di anni, dopo percorsi diversi che ci avevano divisi, era stato un regalo del cielo.
Ti ho visto nascere, crescere...poi sparire per un po' preso in un gorgo di vita troppo "diversa" dalla nostra. Una vita che certo noi non potevamo condividere ma neanche capire. Poi la morte dello zio Silvano (mio padre) ci ha riavvicinati e, finalmente , fatti ritrovare.
Che ridere sul mare sotto i nostri vicini ombrelloni che collegavamo l'un l'altro con un grande telo per avere più ombra. Giornate di chiacchiere, confidenze, e " ti ricordi" condividendo tutte quelle memorie che, come un virtuale archivio, tu custodivi nella testa. Un po' spaccone, un po' bugiardo, non si capiva mai dove finiva il racconto e iniziava l'immaginazione, la fantasia.....ma ci trovavamo d'accordo, specialmente quando facevamo la "radiografia" un po' a tutti in famiglia.
Ma che non eri felice lo sapevo, era evidente che un tarlo ti rodesse. E il tuo mal-essere alle volte era palese. Lo dicevo ogni tanto a tua mamma (che amo come una sorella) quando eravamo da sole e lei si spassionava : "Attenta Liviana, perché Livio sembra una roccia ma tra i tuoi figli è il più fragile!"
Basta, come non detto, ho un groppo in gola e non voglio parlarne più. Non ho niente da dire, niente da recriminare. Non ho neanche capito bene come e perché sia successo. Ma è successo, e non ci sei più, solo questo so. Se volevi fare un dispetto a qualcuno ci sei riuscito....lasci dietro di te uno tsunami di se e di ma....una valanga di sensi di colpa.
Ho provato dopo un po' a tornar sul mare, ma ci stavo troppo male.
Mi giravo verso la passerella dalla quale ti vedevo arrivare, verso l'ora di pranzo, ma inutilmente...tu, con quell'andatura caracollante che sembrava quasi una danza; tu , con quegli abbinamenti improbabili nei colori di magliette e pantaloncini perché per te, daltonico, il mondo aveva solo sfumature di grigio;
tu che in spiaggia usavi sempre strampalati pareo per cui ti avevo soprannominato "Naomo" e per cui tu, spesso mi mandavi a quel paese. Ma lo facevi anche quando ti dicevo : Naomo, guarda che colori ha oggi il mare! Oppure quando ti raccontavo della mia strana predisposizione a "comunicare" con i nostri cari defunti. No, quello proprio ti faceva fuggire con la pelle d'oca.
Ecco, tutto questo mi è rimasto di te, insieme al tuo sorriso di bambino che rideva come un matto quando, per farlo giocare, gli facevo le imitazioni dei personaggi televisivi.
C'è una storia dietro ogni persona. C'è una ragione per essere quello che si è. Ma la tua storia mi rimane spezzata nel fondo dell'anima come una chiave in una vecchia serratura.
Proverò a tornare sul mare quest'estate, a quella spiaggia che noi amavamo tanto; e osserverò l'ondeggiare dell'acqua, carpendone ogni sfumatura, ogni piccolo sussurro, ogni lieve o violenta murmure, pensando che tu ci sei, che ne fai parte.
Ci incontreremo ancora tu ed io, e saluterò l'aria, il mare e la terra, ogni giorno, al tramonto, in ricordo di te.
venerdì 12 agosto 2016
Ricominciamo da qui...
Eccolo qua quel botto doloroso al centro del petto, quel senso di vuoto che sembra bucarti lo stomaco.
Lo conosco bene ormai, mi succede sempre alla fine di qualcosa di bello o quando gli amici, dopo un po' , se ne tornano a casa. La mia "sindrome dell'abbandono " non mi abbandona mai.
Se ne sono appena andati i miei amici di sempre Paola e Nello, e già sono in crisi nostalgica. D'altronde è normale (penso). L'ultima volta che ci siamo visti le cose non andavano affatto bene. Problemi loro, problemi io.
"Dai, vediamo di sistemarci, ci rivedremo presto....", e sono passati tre anni.
Tre lunghi anni in cui comunque non abbiamo mai smesso di sentirci, per raccontarci di ostacoli da superare, di attimi colmi di lunghe attese, di sproni e incoraggiamenti a tener duro, a non mollare mai per riprendere poi il cammino.
Ma adesso sono qui, sono tornati. Perché questa è un' amicizia vera, costruita nel tempo, plasmata con le condivisioni e anche i confronti. Non una di quelle fiammate illusorio che ti lusingano nell'euforia del momento, e poi svaniscono come stelle cadenti nelle stanche notti di agosto.
Paventavo il momento del rivederci, un po' mi sentivo inquieta sinceramente: temevo che il tempo avesse infierito....e invece no! Sono ancora quelli di prima, sono come ieri..sì, siamo ancora noi, cazzo!
Ci guardiamo, commossi, e ancora riesco, oggi come ieri, ad immergermi nel verde di quegli occhi: a specchiarmi, senza timore e senza remore, in quei visi dove ogni piccola ruga è un frammento di tempo condiviso, in qualche modo, e dove il grigio dei capelli è come una cornice d'argento ai nostri ieri.
Ripercorriamo vecchie strade, ritroviamo nei posti tanto amati, il ricordo delle nostre passioni.
Ci strafoghiamo di mangiate di pesce. Lui succhia gamberetti come se non ci fosse un domani, e mi fa ridere. Lei barcolla ma non molla ed io ho l'andatura di un pinguino del Madagascar.
Ogni tanto pensiamo a quei "qualcuno" che abbiamo perso nel labirinto della vita ed è normale commuoversi un po' nel ricordo, senza finti pudori.
Ma noi sentiamo di avere ancora pedine sulla scacchiera. Ricominciamo con calma, senza fretta.
Siamo onesti e non temiamo niente , ma non ci raccontiamo balle. Non più : Se non torni presto m'incazzo!- Ma un timido : Speriamo di rivederci il prima possibile!-
Ma sì. Il tempo è un fanciullo che gioca a dadi.
Non pretendiamo di correre verso il futuro, ma ci incamminiamo piano piano, giorno dopo giorno, per andare incontro , lentamente, al nostro domani.
Ricominciamo da qui. Sorridiamo...ci abbracciamo...
."Dunque, dove eravamo rimasti?"
Lo conosco bene ormai, mi succede sempre alla fine di qualcosa di bello o quando gli amici, dopo un po' , se ne tornano a casa. La mia "sindrome dell'abbandono " non mi abbandona mai.
Se ne sono appena andati i miei amici di sempre Paola e Nello, e già sono in crisi nostalgica. D'altronde è normale (penso). L'ultima volta che ci siamo visti le cose non andavano affatto bene. Problemi loro, problemi io.
"Dai, vediamo di sistemarci, ci rivedremo presto....", e sono passati tre anni.
Tre lunghi anni in cui comunque non abbiamo mai smesso di sentirci, per raccontarci di ostacoli da superare, di attimi colmi di lunghe attese, di sproni e incoraggiamenti a tener duro, a non mollare mai per riprendere poi il cammino.
Ma adesso sono qui, sono tornati. Perché questa è un' amicizia vera, costruita nel tempo, plasmata con le condivisioni e anche i confronti. Non una di quelle fiammate illusorio che ti lusingano nell'euforia del momento, e poi svaniscono come stelle cadenti nelle stanche notti di agosto.
Paventavo il momento del rivederci, un po' mi sentivo inquieta sinceramente: temevo che il tempo avesse infierito....e invece no! Sono ancora quelli di prima, sono come ieri..sì, siamo ancora noi, cazzo!
Ci guardiamo, commossi, e ancora riesco, oggi come ieri, ad immergermi nel verde di quegli occhi: a specchiarmi, senza timore e senza remore, in quei visi dove ogni piccola ruga è un frammento di tempo condiviso, in qualche modo, e dove il grigio dei capelli è come una cornice d'argento ai nostri ieri.
Ripercorriamo vecchie strade, ritroviamo nei posti tanto amati, il ricordo delle nostre passioni.
Ci strafoghiamo di mangiate di pesce. Lui succhia gamberetti come se non ci fosse un domani, e mi fa ridere. Lei barcolla ma non molla ed io ho l'andatura di un pinguino del Madagascar.
Ogni tanto pensiamo a quei "qualcuno" che abbiamo perso nel labirinto della vita ed è normale commuoversi un po' nel ricordo, senza finti pudori.
Ma noi sentiamo di avere ancora pedine sulla scacchiera. Ricominciamo con calma, senza fretta.
Siamo onesti e non temiamo niente , ma non ci raccontiamo balle. Non più : Se non torni presto m'incazzo!- Ma un timido : Speriamo di rivederci il prima possibile!-
Ma sì. Il tempo è un fanciullo che gioca a dadi.
Non pretendiamo di correre verso il futuro, ma ci incamminiamo piano piano, giorno dopo giorno, per andare incontro , lentamente, al nostro domani.
Ricominciamo da qui. Sorridiamo...ci abbracciamo...
."Dunque, dove eravamo rimasti?"
venerdì 4 marzo 2016
Le ragazze del '52
Mi riordo il pensiero che vola,vola verso la favola blu
mi riordo quel banco di scuola, dove ieri sedevi anche tu.....
Ed eccole qua, le mie compagne delle elementari!
Chi lo avrebbe mai detto....ci siamo perse per anni, ognuna ha seguito il proprio percorso, qualche altra si è anche allontanata da Viareggio, eppure stasera eccoci intorno a un tavolo, a cavalcare lo tsunami dei ricordi.
Potenza di Face Book o destino? Chi può dirlo. Forse era destino che tutte ci affacciassimo a F,B...
Le riconosco tutte all'improvviso...cari volti miei...Certo Marika già l'avevo rivista, e Perla fa parte della mia vita. Me la sono portata dietro, anche se non era a scuola con noi, perché ormai si sa, lei è la mia persona, e con le altre, comunque, condivide memorie di una Viareggio che fu, quella Viareggio dove ci si conosceva un po' tutti.
Riccarda (dobbiamo a lei questa serata), sembra la più matura, ci guarda tutte con occhi materni e, nonostante non stia bene, si vede che è soddisfatta e felice.
Danila è come la ricordavo, anzi, peggio: una scarica di adrenalina pura, ciarliera, vivace, mai ferma. Neanche col pensiero. Una fucina di idee e proposte.
Io non credo nell'età, credo nell'energia. Non può essere uno stato anagrafico a decidere le cose che possiamo o non possiamo fare. E certo lei ne è la dimostrazione, un fiume in piena.
Se ne accorge Marika che, al contrario, in questo periodo (che sia la primavera?), si sente un po' giù di morale e comincia a mettere in discussione alcune delle sue scelte di vita. Ma in fondo, chi non lo fa, e lei è troppo intelligente per lasciarsi sopraffare da rimorsi o rimpianti. In fondo è una psicologa, quindi perfettamente in grado di aiutare se stessa.
Poi entra lei, Gabriella. Alta, slanciata, elegante, non ha un capello fuori posto.
Sinceramente di lei non mi ricordavo, ma appena la vedo, con quel tipico sorriso che regala alla sua bocca una "smorfia" particolare, tac..è un lampo. E l'ho davanti come fosse ieri.
Il mare dei ricordi è un abisso che rischia di ingoiarci.
Ci raccontiamo senza riserve, senza pudori, e ci "riconosciamo" nel nostro percorso di donne forti, anche coraggiose in certi casi, che hanno saputo gestire il proprio destino, a volte così simile, con coraggio e maestria.
Siamo così noi ragazze del 1952, e ancora facciamo progetti. Ancora scorgo nei nostri sguardi sogni e speranze che qualche ruga riesce a malapena a velare. Abbiamo la consapevolezza del nostro vissuto, non ci sentiamo ne illuse ne disilluse, e certo nessuna di noi si considera una perdente.Siamo fortemente consce di noi stesse.
Forse, come dice Gabriella, noi "diversamente giovani" abbiamo imparato a volerci bene, almeno quel tanto che basta per aver avuto la determinazione di volerci ritrovare.
E lo faremo ancora, cercando, frugando nella memoria e nel cassetto delle foto, di ritrovare anche tutte le altre. Abbiamo scelto di rivederci in agosto, e certo lo faremo. Perché al cinema si dice "Buona la prima", ma noi sappiamo che "la seconda" sarà migliore.
....e la piazza davanti alla chiesa, e la mia con la tua gioventù...
e la debole lampada accesa, e la porta socchiusa sul tempo che fu.
Egisto Malfatti.
mi riordo quel banco di scuola, dove ieri sedevi anche tu.....
Ed eccole qua, le mie compagne delle elementari!
Chi lo avrebbe mai detto....ci siamo perse per anni, ognuna ha seguito il proprio percorso, qualche altra si è anche allontanata da Viareggio, eppure stasera eccoci intorno a un tavolo, a cavalcare lo tsunami dei ricordi.
Potenza di Face Book o destino? Chi può dirlo. Forse era destino che tutte ci affacciassimo a F,B...
Le riconosco tutte all'improvviso...cari volti miei...Certo Marika già l'avevo rivista, e Perla fa parte della mia vita. Me la sono portata dietro, anche se non era a scuola con noi, perché ormai si sa, lei è la mia persona, e con le altre, comunque, condivide memorie di una Viareggio che fu, quella Viareggio dove ci si conosceva un po' tutti.
Riccarda (dobbiamo a lei questa serata), sembra la più matura, ci guarda tutte con occhi materni e, nonostante non stia bene, si vede che è soddisfatta e felice.
Danila è come la ricordavo, anzi, peggio: una scarica di adrenalina pura, ciarliera, vivace, mai ferma. Neanche col pensiero. Una fucina di idee e proposte.
Io non credo nell'età, credo nell'energia. Non può essere uno stato anagrafico a decidere le cose che possiamo o non possiamo fare. E certo lei ne è la dimostrazione, un fiume in piena.
Se ne accorge Marika che, al contrario, in questo periodo (che sia la primavera?), si sente un po' giù di morale e comincia a mettere in discussione alcune delle sue scelte di vita. Ma in fondo, chi non lo fa, e lei è troppo intelligente per lasciarsi sopraffare da rimorsi o rimpianti. In fondo è una psicologa, quindi perfettamente in grado di aiutare se stessa.
Poi entra lei, Gabriella. Alta, slanciata, elegante, non ha un capello fuori posto.
Sinceramente di lei non mi ricordavo, ma appena la vedo, con quel tipico sorriso che regala alla sua bocca una "smorfia" particolare, tac..è un lampo. E l'ho davanti come fosse ieri.
Il mare dei ricordi è un abisso che rischia di ingoiarci.
Ci raccontiamo senza riserve, senza pudori, e ci "riconosciamo" nel nostro percorso di donne forti, anche coraggiose in certi casi, che hanno saputo gestire il proprio destino, a volte così simile, con coraggio e maestria.
Siamo così noi ragazze del 1952, e ancora facciamo progetti. Ancora scorgo nei nostri sguardi sogni e speranze che qualche ruga riesce a malapena a velare. Abbiamo la consapevolezza del nostro vissuto, non ci sentiamo ne illuse ne disilluse, e certo nessuna di noi si considera una perdente.Siamo fortemente consce di noi stesse.
Forse, come dice Gabriella, noi "diversamente giovani" abbiamo imparato a volerci bene, almeno quel tanto che basta per aver avuto la determinazione di volerci ritrovare.
E lo faremo ancora, cercando, frugando nella memoria e nel cassetto delle foto, di ritrovare anche tutte le altre. Abbiamo scelto di rivederci in agosto, e certo lo faremo. Perché al cinema si dice "Buona la prima", ma noi sappiamo che "la seconda" sarà migliore.
....e la piazza davanti alla chiesa, e la mia con la tua gioventù...
e la debole lampada accesa, e la porta socchiusa sul tempo che fu.
Egisto Malfatti.
mercoledì 17 febbraio 2016
Je ne regrette rien
Sera di S. Valentino Si fa per dire, è solo per dovere di cronaca, ché per me è una sera come tante altre, se non per il fatto che mio fratello mi offre una cena a cui partecipano amici che volevo conoscere da tempo.
Il locale è di lusso e appena entro mi accoglie, gentilissima, la titolare: "Buonasera signora, lei è sola?"
Cazzo sì! Nella sera dedicata agli innamorati , sono sola.
"Sì, ma aspetto amici!" mi affretto a rispondere....e, nell'attesa degli altri, mi siedo al bar.
Quando tutti arrivano, finite le doverose presentazioni, passiamo in sala.....impeccabile, e romantica.
Tovaglie candide, su ogni tavolo un fascio di rose e petali rossi sparsi ovunque....logico, è la sera degli innamorati...ma io sono sola!
In poco tempo la sala si riempe...naturalmente sono tutte coppie. L'unica single di tutto l'entourage sono io, ma la serata scorre piacevole e si mangia molto bene.
Tra una chiacchiera e l'altra ogni tanto lo sguardo coglie piccole premure tra le tre coppie che dividono il tavolo con me. Piccoli gesti pieni di riguardo e ..d'amore. "Caro assaggia questo!" "non esagerare" "senti com'è buono" e s'imboccano l'un l'altro. E' bello vederli. ..E io, tra di loro, sono sola.
Intendiamoci, non lo dico per menarla o fare la vittima, assolutamente! Sono quella che ho voluto essere, è una condizione con la quale convivo da anni e che ho scelto. Però ci penso!
Certo ho gli amici, i figli, la famiglia tutta (che è anche tanta). Ma quando arriva la notte e ti chiudi alle spalle la porta di camera...o quando capitano cene come queste....ti rendi conto che la tua è davvero un' affollata solitudine.
Alle volte, dalla donna che sono, mi vien fatto di guardare intorno a me le altre donne, perfette signore,sempre impeccabili, perfette padrone di casa, perfette mogli, e penso a quella che avrei potuto essere. Invece me ne sbatto della forma, dell'etichetta e non sopporto regole che interferiscono con il mio spirito libero. Vivo e lascio vivere, ma qualcosa ho indubbiamente sbagliato se questo strano percorso, pur sempre comunque proiettato verso gli altri, mi ha portata, passo dopo passo a questo mare di solitudine sentimentale.
Eppure non rinnego niente.
Ho fatto delle scelte. Sono andata dritta per la strada che il destino e il mio libero arbitrio hanno scelto per me. Mi sono concessa poco in gioventù, sempre al pezzo, sempre concentrata su un senso del dovere in perenne contrasto con la mia smania di libertà.
Lo so, le donne come me sono scomode, pesanti, ingestibili. Sarà per questo che non ho un compagno accanto, ma quanto spreco d'amore!
Eppure, come diceva la grande Edith, non rimpiango niente. So bastare a me stessa. E sono anche stanca di provare ad analizzare il perché e il percome.
Tutta questa smania di capire tutto, poi ti accorgi che i momenti più belli sono quelli in cui non capisci un cazzo e ti lasci andare all'istinto. E io sono così, me la vivo a modo mio.
Poi però ci sono momenti, quando chiudi fuori dalla finestra il resto del mondo e ti isoli, in cui c'è sempre un silenzio, un maledetto silenzio che ci frega, perché è lì che sentiamo tutte le parole che ci spaventano.
Allora ti senti come risucchiare in un gorgo pericoloso che cerca di trascinarti pericolosamente in quella spirale di malinconia e rimpianti che sai di non poterti permettere.
Ma è un attimo, solo un attimo. Tiri un respiro profondo e sei di nuovo te stessa. Torni ad impersonare la donna affidabile, serena, forte , decisa. Quella che tutti conoscono e vogliono.
Quella che fingo d'essere e non sono.
Il locale è di lusso e appena entro mi accoglie, gentilissima, la titolare: "Buonasera signora, lei è sola?"
Cazzo sì! Nella sera dedicata agli innamorati , sono sola.
"Sì, ma aspetto amici!" mi affretto a rispondere....e, nell'attesa degli altri, mi siedo al bar.
Quando tutti arrivano, finite le doverose presentazioni, passiamo in sala.....impeccabile, e romantica.
Tovaglie candide, su ogni tavolo un fascio di rose e petali rossi sparsi ovunque....logico, è la sera degli innamorati...ma io sono sola!
In poco tempo la sala si riempe...naturalmente sono tutte coppie. L'unica single di tutto l'entourage sono io, ma la serata scorre piacevole e si mangia molto bene.
Tra una chiacchiera e l'altra ogni tanto lo sguardo coglie piccole premure tra le tre coppie che dividono il tavolo con me. Piccoli gesti pieni di riguardo e ..d'amore. "Caro assaggia questo!" "non esagerare" "senti com'è buono" e s'imboccano l'un l'altro. E' bello vederli. ..E io, tra di loro, sono sola.
Intendiamoci, non lo dico per menarla o fare la vittima, assolutamente! Sono quella che ho voluto essere, è una condizione con la quale convivo da anni e che ho scelto. Però ci penso!
Certo ho gli amici, i figli, la famiglia tutta (che è anche tanta). Ma quando arriva la notte e ti chiudi alle spalle la porta di camera...o quando capitano cene come queste....ti rendi conto che la tua è davvero un' affollata solitudine.
Alle volte, dalla donna che sono, mi vien fatto di guardare intorno a me le altre donne, perfette signore,sempre impeccabili, perfette padrone di casa, perfette mogli, e penso a quella che avrei potuto essere. Invece me ne sbatto della forma, dell'etichetta e non sopporto regole che interferiscono con il mio spirito libero. Vivo e lascio vivere, ma qualcosa ho indubbiamente sbagliato se questo strano percorso, pur sempre comunque proiettato verso gli altri, mi ha portata, passo dopo passo a questo mare di solitudine sentimentale.
Eppure non rinnego niente.
Ho fatto delle scelte. Sono andata dritta per la strada che il destino e il mio libero arbitrio hanno scelto per me. Mi sono concessa poco in gioventù, sempre al pezzo, sempre concentrata su un senso del dovere in perenne contrasto con la mia smania di libertà.
Lo so, le donne come me sono scomode, pesanti, ingestibili. Sarà per questo che non ho un compagno accanto, ma quanto spreco d'amore!
Eppure, come diceva la grande Edith, non rimpiango niente. So bastare a me stessa. E sono anche stanca di provare ad analizzare il perché e il percome.
Tutta questa smania di capire tutto, poi ti accorgi che i momenti più belli sono quelli in cui non capisci un cazzo e ti lasci andare all'istinto. E io sono così, me la vivo a modo mio.
Poi però ci sono momenti, quando chiudi fuori dalla finestra il resto del mondo e ti isoli, in cui c'è sempre un silenzio, un maledetto silenzio che ci frega, perché è lì che sentiamo tutte le parole che ci spaventano.
Allora ti senti come risucchiare in un gorgo pericoloso che cerca di trascinarti pericolosamente in quella spirale di malinconia e rimpianti che sai di non poterti permettere.
Ma è un attimo, solo un attimo. Tiri un respiro profondo e sei di nuovo te stessa. Torni ad impersonare la donna affidabile, serena, forte , decisa. Quella che tutti conoscono e vogliono.
Quella che fingo d'essere e non sono.
sabato 7 novembre 2015
Un passo indietro
Succede. A volte sì, può succedere.
Già al mattino quando ti alzi dal letto, capisci che c'è qualcosa che non va, che non è più come prima.
E' come un tarlo che ti rode dentro, e nonostante quanti sforzi tu possa fare, non riesci a farlo tacere.
Allora provi a far finta di niente, provi a parlare con chi hai vicino, con gli amici più cari. E guai se le risposte non sono quelle che ti aspetti, quelle che vorresti. Il vuoto aumenta.
Succede. Succede di pensare di essere in credito con la vita, di meritare qualcosa di più.
E allora ti butti a capofitto sulla prima cosa che ti pare un barlume di speranza e pensi: ecco, questa è un'altra occasione! Magari ci provo, hai visto mai che il destino mi offra una possibilità.
Può succedere.
E' tanta la voglia di vivere, il bisogno di sentirsi ancora importante per qualcuno, la smania di credersi apprezzati per quello che si è, che ci auto convinciamo. Ci confondiamo la mente inserendovi ciò che si desidera al posto di quello che in realtà è. Prendiamo il nostro sogno e lo vestiamo a festa secondo le nostre esigenze. Ci nutriamo dei nostri miraggi come piante che hanno continuamente bisogno di acqua.
Poi devi fermarti. Basta un niente, una frase letta, un fatto che non ti torna, una sensazione latente, e parte il turbinio dei pensieri. I segnali, sono i maledetti segnali che hai imparato a leggere.
Il pensiero è come un vento che cambia inspiegabilmente direzione ma ben consapevole, sempre, delle sue mete.
Per un po' puoi pensare di poterti permettere il lusso di godere degli attimi, dei risvegli carichi di promesse, e chiudere gli occhi con le farfalle nello stomaco. Può succedere.
Ma all'improvviso ti accorgi di aver sbagliato, di essere andata troppo oltre. E non puoi fare altro che un passo indietro.
La consapevolezza, questa nemica della speranza, questa sorella triste del sogno ad un tratto ti dice: " lascia perdere, torna padrona di te". E devi fermarti.
Succede.
Devi solo aspettare che il dolore passi, finché la delusione per le aspettative disattese non lascerà di nuovo il posto a quella palude di rassegnazione che è compagna della tua vita. L'unica che ti puoi permettere.
Tanto lo sai che poi passa. Passa sempre.
Chi nella vita ha subito un "danno" diventa fatalista, ché tanto sa già di poter sopravvivere. C'è già passato
Quando hai imparato a correre con i lupi sai che non può più esistere un noi, ma solo un "io".
Allora prendi la tua valigia di sogni, la riempi con le tue utopie, le tue chimere, con quegli attimi illusori e pure belli che sono stati i tuoi momenti, i tuoi ricordi. di cui hai previdentemente fatto provvista. Quelli nessuno te li può togliere.
Chiedi scusa, il più umilmente possibile, non tanto per andartene, quanto per essere rimasto così a lungo.
Ti guardi intorno un ultima volta e ti allontani, in silenzio, accostando delicatamente la porta.
Sh....... piano...., non vuoi disturbare più. E così, all'improvviso come sei arrivata, te ne torni indietro.
Può succedere!
Ti sei stancata di portare il mio peso.
Ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi, della mia ombra.
Le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi.
Verrà un giorno,un giorno improvvisamente
Sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano.
E quel peso sarà il più grande.
Hikmet
Già al mattino quando ti alzi dal letto, capisci che c'è qualcosa che non va, che non è più come prima.
E' come un tarlo che ti rode dentro, e nonostante quanti sforzi tu possa fare, non riesci a farlo tacere.
Allora provi a far finta di niente, provi a parlare con chi hai vicino, con gli amici più cari. E guai se le risposte non sono quelle che ti aspetti, quelle che vorresti. Il vuoto aumenta.
Succede. Succede di pensare di essere in credito con la vita, di meritare qualcosa di più.
E allora ti butti a capofitto sulla prima cosa che ti pare un barlume di speranza e pensi: ecco, questa è un'altra occasione! Magari ci provo, hai visto mai che il destino mi offra una possibilità.
Può succedere.
E' tanta la voglia di vivere, il bisogno di sentirsi ancora importante per qualcuno, la smania di credersi apprezzati per quello che si è, che ci auto convinciamo. Ci confondiamo la mente inserendovi ciò che si desidera al posto di quello che in realtà è. Prendiamo il nostro sogno e lo vestiamo a festa secondo le nostre esigenze. Ci nutriamo dei nostri miraggi come piante che hanno continuamente bisogno di acqua.
Poi devi fermarti. Basta un niente, una frase letta, un fatto che non ti torna, una sensazione latente, e parte il turbinio dei pensieri. I segnali, sono i maledetti segnali che hai imparato a leggere.
Il pensiero è come un vento che cambia inspiegabilmente direzione ma ben consapevole, sempre, delle sue mete.
Per un po' puoi pensare di poterti permettere il lusso di godere degli attimi, dei risvegli carichi di promesse, e chiudere gli occhi con le farfalle nello stomaco. Può succedere.
Ma all'improvviso ti accorgi di aver sbagliato, di essere andata troppo oltre. E non puoi fare altro che un passo indietro.
La consapevolezza, questa nemica della speranza, questa sorella triste del sogno ad un tratto ti dice: " lascia perdere, torna padrona di te". E devi fermarti.
Succede.
Devi solo aspettare che il dolore passi, finché la delusione per le aspettative disattese non lascerà di nuovo il posto a quella palude di rassegnazione che è compagna della tua vita. L'unica che ti puoi permettere.
Tanto lo sai che poi passa. Passa sempre.
Chi nella vita ha subito un "danno" diventa fatalista, ché tanto sa già di poter sopravvivere. C'è già passato
Quando hai imparato a correre con i lupi sai che non può più esistere un noi, ma solo un "io".
Allora prendi la tua valigia di sogni, la riempi con le tue utopie, le tue chimere, con quegli attimi illusori e pure belli che sono stati i tuoi momenti, i tuoi ricordi. di cui hai previdentemente fatto provvista. Quelli nessuno te li può togliere.
Chiedi scusa, il più umilmente possibile, non tanto per andartene, quanto per essere rimasto così a lungo.
Ti guardi intorno un ultima volta e ti allontani, in silenzio, accostando delicatamente la porta.
Sh....... piano...., non vuoi disturbare più. E così, all'improvviso come sei arrivata, te ne torni indietro.
Può succedere!
Ti sei stancata di portare il mio peso.
Ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi, della mia ombra.
Le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi.
Verrà un giorno,un giorno improvvisamente
Sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano.
E quel peso sarà il più grande.
Hikmet
lunedì 7 settembre 2015
"Le mi' nonne"
"E fu così che, per grazia ricevuta, Viareggio e i viareggini furono risparmiati dalla peste che circondava la città. La sua avanzata si bloccò proprio là, al canale, ai margini dell'attuale ponte di Pisa proprio dove ora sorge quella marginetta dedicata alla Madonna. Era l'otto di settembre e, in suo omaggio, si volle fare un falò di ringraziamento ripetuto negli anni a venire sempre alla stessa data. Ecco come nacquero le Baldorie".
O almeno così a me l'hanno raccontata i miei e in seguito io ai miei figli e nipoti. Ma quanti oggi lo ricordano?
Sono cresciuta proprio là, su quella terra bonificata denominata Campo d'Aviazione. Una striscia di case fiancheggiate dalla pineta e tutto intorno campi coltivati a grano e viti. Una meraviglia poter correre liberi anche per la macchia , ché tanto il sottobosco non era folto come ora e dalla strada si arrivava a vedere il Viale dei Tigli, quando ancora i tigli formavano, con le loro chiome, una galleria d'ombra che a primavera profumava anche le stanze di casa.
Dal piano di sopra aprivi la finestra in estate e una distesa vermiglia di papaveri interrompeva l'oro del grano, mentre in autunno potevi fare scorpacciate di cachi, uva e fichi, facendo attenzione a non farti beccare dal contadino. E le more? A grappoli!
Ma quando arrivava settembre, il pensiero era uno solo: anda' a fa' pinugliori per la baldoria.
Allora via, tutti in pineta, con cesti, cariole, sacchetti. Qualcuno provava a legare dietro alla bici due o tre cassette di legno da riempire per far prima. Ma erin più velli che si seminavino che velli che si riportava, I più trincati invece riuscivano a fassi presta' un caretto, tipo quello per i pesci della mi' zia.e vai......certe cariate di pinugliori da sparge' nel campo dietro 'asa , così se anco pioveva , si rinsecchivino subito.
La baldoria vera, il covone, si tirava su solo all'ultimo giorno, che così quelli spioni de' villini o della stazione vecchia un potevino vedè quanto era grossa. La concorenza tra quartieri era tanta e c'era anco la paura che ce la bruciassero prima.
Bemmi tempi quelli in cui l'unico rischio che corevi era che ti dessero foo alla baldoria!
Comunque l'impegno per proteggela era notevole, e i turni di guardianaggio perfettamente organizzati.
Ogni tanto vicino a quel campo passava una seicento bianca che usciva da una villa a fondo strada, e dal finestrino si affacciava una signora mora, elegante, sguardo intenso e vivace, che con un gran sorriso ci faceva avvicinare e ci regalava caramelle.
Solo dopo molti anni ho scoperto che quella signora, che si chiamava Franca Taylor, era una scrittrice e grande autrice di testi teatrali. Anche lei illustre concittadina caduta nel dimenticatoio di questa ingrata città.
Ma finalmente arrivava il momento, il conquibusse come diceva la mi' nonna: c'avevimo da monta' la Baldoria. E qui entrava in gioo il mitico Birino!
A esse' sincera, chi fosse veramente un me lo riordo.Indubbiamente uno de' contadini del vicinato. Un ometto già anziano, secco rinfrignito co' capelli bianchi, senz'altro venuto su a zuppa del seghetti. Ma come la faceva bella lu' un na faceva nessuno. Pareva gonfiata: un unico lungo palo inficcato nella rena, e po' tutt'intorno forconate di pinugliori. Un'opera d'arte, senza neanco stacci a pensa' du volte, la più bella di tutta Viareggio. Perché era la nostra!
Ultimo atto......appuntamento tutti alla stessa ora che per danni foo si voleva esse' tutt'insieme.
Ehi, una pottisa! Quando arivavi, un si sa perché, era già accesa, e il colpevole un saltava mai fori,
Belli i mi' amici.....La Cesi, la Meri. l'Anna Maria, la Floriana, Erichino, Marietto che ora fa il medico ma allora era soprannominato "Grande capo chiappe merdose". Alcuni, purtroppo, son già andati a accende' baldorie da altre parti, Massimo, Checchino.....mi viene il ghiozzo in gola se ci penso.
E invece no, un la voglia da' vinta al magone. perché ho avuto la fortuna di vive' questi momenti magici.Non come ora che coglie i pignugliori è diventato perioloso e troppo fatioso. E se qualcuno ancora si riorda per caso di questa festa, n'approfitta per da foo a ogni genere di troiaio che trova purché bruci e si possa fa del casino con petardi e mortaletti anche periolosi. Senza considerà i miasmi che diffondino nell'aria. Uno schifo.,
Ma noi....noi no. Tutti a girare attorno al fuoco ridendo e scherzando, ipnotizzati dai guizzi di quelle lamelle cangianti e inebriati da quel meraviglioso profumo di ragia e sottobosco. Ci faceva una pippa a noi la Mariagiovanna!!!
Poi d'un tratto :" Sbraciamo la baldoria così s'alzino le mi' nonne."
E mi ma', povera donna : "Alfrè, un t'accosta' che se ti strini ti ce ne dò di sopra."
Toh, certo, perché alla festa c'erin tutti, grandi e piccini, mia solo noi bamboretti. Tutti insieme a condivide' quel rito quasi ancestrale, quel momento di euforia collettiva. Che ci volete fa' noi ci si divertiva con pogo, ma quel pogo ci bastava per senticci felici. E quando qualcuno de' più temerari s'azzardava : ALLE MI' NONNE .......sembrava un grido di battaglia.
E eccole là, alte, stagliate nel buio della notte, tante fiammelle incandescenti e scoppiettanti che sembrava ridessero partecipi degli schiamazzi di noi bambini....
Chissà cosa ci vedevamo...cosa ci sembravano...Forse semplicemente le caricavamo della nostra energia, delle nostre speranze, dei nostri sogni....era una sensazione di libertà assoluta, di partecipazione all'armonia del mondo....sentirsi vivi e spensierati....ma che ne so!
Avevamo il mondo davanti e una vita intera per viverlo.
Quello che so per certo è che, allora come ora nel ricordarlo, mi batteva forte forte il cuore.
O almeno così a me l'hanno raccontata i miei e in seguito io ai miei figli e nipoti. Ma quanti oggi lo ricordano?
Sono cresciuta proprio là, su quella terra bonificata denominata Campo d'Aviazione. Una striscia di case fiancheggiate dalla pineta e tutto intorno campi coltivati a grano e viti. Una meraviglia poter correre liberi anche per la macchia , ché tanto il sottobosco non era folto come ora e dalla strada si arrivava a vedere il Viale dei Tigli, quando ancora i tigli formavano, con le loro chiome, una galleria d'ombra che a primavera profumava anche le stanze di casa.
Dal piano di sopra aprivi la finestra in estate e una distesa vermiglia di papaveri interrompeva l'oro del grano, mentre in autunno potevi fare scorpacciate di cachi, uva e fichi, facendo attenzione a non farti beccare dal contadino. E le more? A grappoli!
Ma quando arrivava settembre, il pensiero era uno solo: anda' a fa' pinugliori per la baldoria.
Allora via, tutti in pineta, con cesti, cariole, sacchetti. Qualcuno provava a legare dietro alla bici due o tre cassette di legno da riempire per far prima. Ma erin più velli che si seminavino che velli che si riportava, I più trincati invece riuscivano a fassi presta' un caretto, tipo quello per i pesci della mi' zia.e vai......certe cariate di pinugliori da sparge' nel campo dietro 'asa , così se anco pioveva , si rinsecchivino subito.
La baldoria vera, il covone, si tirava su solo all'ultimo giorno, che così quelli spioni de' villini o della stazione vecchia un potevino vedè quanto era grossa. La concorenza tra quartieri era tanta e c'era anco la paura che ce la bruciassero prima.
Bemmi tempi quelli in cui l'unico rischio che corevi era che ti dessero foo alla baldoria!
Comunque l'impegno per proteggela era notevole, e i turni di guardianaggio perfettamente organizzati.
Ogni tanto vicino a quel campo passava una seicento bianca che usciva da una villa a fondo strada, e dal finestrino si affacciava una signora mora, elegante, sguardo intenso e vivace, che con un gran sorriso ci faceva avvicinare e ci regalava caramelle.
Solo dopo molti anni ho scoperto che quella signora, che si chiamava Franca Taylor, era una scrittrice e grande autrice di testi teatrali. Anche lei illustre concittadina caduta nel dimenticatoio di questa ingrata città.
Ma finalmente arrivava il momento, il conquibusse come diceva la mi' nonna: c'avevimo da monta' la Baldoria. E qui entrava in gioo il mitico Birino!
A esse' sincera, chi fosse veramente un me lo riordo.Indubbiamente uno de' contadini del vicinato. Un ometto già anziano, secco rinfrignito co' capelli bianchi, senz'altro venuto su a zuppa del seghetti. Ma come la faceva bella lu' un na faceva nessuno. Pareva gonfiata: un unico lungo palo inficcato nella rena, e po' tutt'intorno forconate di pinugliori. Un'opera d'arte, senza neanco stacci a pensa' du volte, la più bella di tutta Viareggio. Perché era la nostra!
Ultimo atto......appuntamento tutti alla stessa ora che per danni foo si voleva esse' tutt'insieme.
Ehi, una pottisa! Quando arivavi, un si sa perché, era già accesa, e il colpevole un saltava mai fori,
Belli i mi' amici.....La Cesi, la Meri. l'Anna Maria, la Floriana, Erichino, Marietto che ora fa il medico ma allora era soprannominato "Grande capo chiappe merdose". Alcuni, purtroppo, son già andati a accende' baldorie da altre parti, Massimo, Checchino.....mi viene il ghiozzo in gola se ci penso.
E invece no, un la voglia da' vinta al magone. perché ho avuto la fortuna di vive' questi momenti magici.Non come ora che coglie i pignugliori è diventato perioloso e troppo fatioso. E se qualcuno ancora si riorda per caso di questa festa, n'approfitta per da foo a ogni genere di troiaio che trova purché bruci e si possa fa del casino con petardi e mortaletti anche periolosi. Senza considerà i miasmi che diffondino nell'aria. Uno schifo.,
Ma noi....noi no. Tutti a girare attorno al fuoco ridendo e scherzando, ipnotizzati dai guizzi di quelle lamelle cangianti e inebriati da quel meraviglioso profumo di ragia e sottobosco. Ci faceva una pippa a noi la Mariagiovanna!!!
Poi d'un tratto :" Sbraciamo la baldoria così s'alzino le mi' nonne."
E mi ma', povera donna : "Alfrè, un t'accosta' che se ti strini ti ce ne dò di sopra."
Toh, certo, perché alla festa c'erin tutti, grandi e piccini, mia solo noi bamboretti. Tutti insieme a condivide' quel rito quasi ancestrale, quel momento di euforia collettiva. Che ci volete fa' noi ci si divertiva con pogo, ma quel pogo ci bastava per senticci felici. E quando qualcuno de' più temerari s'azzardava : ALLE MI' NONNE .......sembrava un grido di battaglia.
E eccole là, alte, stagliate nel buio della notte, tante fiammelle incandescenti e scoppiettanti che sembrava ridessero partecipi degli schiamazzi di noi bambini....
Chissà cosa ci vedevamo...cosa ci sembravano...Forse semplicemente le caricavamo della nostra energia, delle nostre speranze, dei nostri sogni....era una sensazione di libertà assoluta, di partecipazione all'armonia del mondo....sentirsi vivi e spensierati....ma che ne so!
Avevamo il mondo davanti e una vita intera per viverlo.
Quello che so per certo è che, allora come ora nel ricordarlo, mi batteva forte forte il cuore.
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