Mi riordo il pensiero che vola,vola verso la favola blu
mi riordo quel banco di scuola, dove ieri sedevi anche tu.....
Ed eccole qua, le mie compagne delle elementari!
Chi lo avrebbe mai detto....ci siamo perse per anni, ognuna ha seguito il proprio percorso, qualche altra si è anche allontanata da Viareggio, eppure stasera eccoci intorno a un tavolo, a cavalcare lo tsunami dei ricordi.
Potenza di Face Book o destino? Chi può dirlo. Forse era destino che tutte ci affacciassimo a F,B...
Le riconosco tutte all'improvviso...cari volti miei...Certo Marika già l'avevo rivista, e Perla fa parte della mia vita. Me la sono portata dietro, anche se non era a scuola con noi, perché ormai si sa, lei è la mia persona, e con le altre, comunque, condivide memorie di una Viareggio che fu, quella Viareggio dove ci si conosceva un po' tutti.
Riccarda (dobbiamo a lei questa serata), sembra la più matura, ci guarda tutte con occhi materni e, nonostante non stia bene, si vede che è soddisfatta e felice.
Danila è come la ricordavo, anzi, peggio: una scarica di adrenalina pura, ciarliera, vivace, mai ferma. Neanche col pensiero. Una fucina di idee e proposte.
Io non credo nell'età, credo nell'energia. Non può essere uno stato anagrafico a decidere le cose che possiamo o non possiamo fare. E certo lei ne è la dimostrazione, un fiume in piena.
Se ne accorge Marika che, al contrario, in questo periodo (che sia la primavera?), si sente un po' giù di morale e comincia a mettere in discussione alcune delle sue scelte di vita. Ma in fondo, chi non lo fa, e lei è troppo intelligente per lasciarsi sopraffare da rimorsi o rimpianti. In fondo è una psicologa, quindi perfettamente in grado di aiutare se stessa.
Poi entra lei, Gabriella. Alta, slanciata, elegante, non ha un capello fuori posto.
Sinceramente di lei non mi ricordavo, ma appena la vedo, con quel tipico sorriso che regala alla sua bocca una "smorfia" particolare, tac..è un lampo. E l'ho davanti come fosse ieri.
Il mare dei ricordi è un abisso che rischia di ingoiarci.
Ci raccontiamo senza riserve, senza pudori, e ci "riconosciamo" nel nostro percorso di donne forti, anche coraggiose in certi casi, che hanno saputo gestire il proprio destino, a volte così simile, con coraggio e maestria.
Siamo così noi ragazze del 1952, e ancora facciamo progetti. Ancora scorgo nei nostri sguardi sogni e speranze che qualche ruga riesce a malapena a velare. Abbiamo la consapevolezza del nostro vissuto, non ci sentiamo ne illuse ne disilluse, e certo nessuna di noi si considera una perdente.Siamo fortemente consce di noi stesse.
Forse, come dice Gabriella, noi "diversamente giovani" abbiamo imparato a volerci bene, almeno quel tanto che basta per aver avuto la determinazione di volerci ritrovare.
E lo faremo ancora, cercando, frugando nella memoria e nel cassetto delle foto, di ritrovare anche tutte le altre. Abbiamo scelto di rivederci in agosto, e certo lo faremo. Perché al cinema si dice "Buona la prima", ma noi sappiamo che "la seconda" sarà migliore.
....e la piazza davanti alla chiesa, e la mia con la tua gioventù...
e la debole lampada accesa, e la porta socchiusa sul tempo che fu.
Egisto Malfatti.
venerdì 4 marzo 2016
mercoledì 17 febbraio 2016
Je ne regrette rien
Sera di S. Valentino Si fa per dire, è solo per dovere di cronaca, ché per me è una sera come tante altre, se non per il fatto che mio fratello mi offre una cena a cui partecipano amici che volevo conoscere da tempo.
Il locale è di lusso e appena entro mi accoglie, gentilissima, la titolare: "Buonasera signora, lei è sola?"
Cazzo sì! Nella sera dedicata agli innamorati , sono sola.
"Sì, ma aspetto amici!" mi affretto a rispondere....e, nell'attesa degli altri, mi siedo al bar.
Quando tutti arrivano, finite le doverose presentazioni, passiamo in sala.....impeccabile, e romantica.
Tovaglie candide, su ogni tavolo un fascio di rose e petali rossi sparsi ovunque....logico, è la sera degli innamorati...ma io sono sola!
In poco tempo la sala si riempe...naturalmente sono tutte coppie. L'unica single di tutto l'entourage sono io, ma la serata scorre piacevole e si mangia molto bene.
Tra una chiacchiera e l'altra ogni tanto lo sguardo coglie piccole premure tra le tre coppie che dividono il tavolo con me. Piccoli gesti pieni di riguardo e ..d'amore. "Caro assaggia questo!" "non esagerare" "senti com'è buono" e s'imboccano l'un l'altro. E' bello vederli. ..E io, tra di loro, sono sola.
Intendiamoci, non lo dico per menarla o fare la vittima, assolutamente! Sono quella che ho voluto essere, è una condizione con la quale convivo da anni e che ho scelto. Però ci penso!
Certo ho gli amici, i figli, la famiglia tutta (che è anche tanta). Ma quando arriva la notte e ti chiudi alle spalle la porta di camera...o quando capitano cene come queste....ti rendi conto che la tua è davvero un' affollata solitudine.
Alle volte, dalla donna che sono, mi vien fatto di guardare intorno a me le altre donne, perfette signore,sempre impeccabili, perfette padrone di casa, perfette mogli, e penso a quella che avrei potuto essere. Invece me ne sbatto della forma, dell'etichetta e non sopporto regole che interferiscono con il mio spirito libero. Vivo e lascio vivere, ma qualcosa ho indubbiamente sbagliato se questo strano percorso, pur sempre comunque proiettato verso gli altri, mi ha portata, passo dopo passo a questo mare di solitudine sentimentale.
Eppure non rinnego niente.
Ho fatto delle scelte. Sono andata dritta per la strada che il destino e il mio libero arbitrio hanno scelto per me. Mi sono concessa poco in gioventù, sempre al pezzo, sempre concentrata su un senso del dovere in perenne contrasto con la mia smania di libertà.
Lo so, le donne come me sono scomode, pesanti, ingestibili. Sarà per questo che non ho un compagno accanto, ma quanto spreco d'amore!
Eppure, come diceva la grande Edith, non rimpiango niente. So bastare a me stessa. E sono anche stanca di provare ad analizzare il perché e il percome.
Tutta questa smania di capire tutto, poi ti accorgi che i momenti più belli sono quelli in cui non capisci un cazzo e ti lasci andare all'istinto. E io sono così, me la vivo a modo mio.
Poi però ci sono momenti, quando chiudi fuori dalla finestra il resto del mondo e ti isoli, in cui c'è sempre un silenzio, un maledetto silenzio che ci frega, perché è lì che sentiamo tutte le parole che ci spaventano.
Allora ti senti come risucchiare in un gorgo pericoloso che cerca di trascinarti pericolosamente in quella spirale di malinconia e rimpianti che sai di non poterti permettere.
Ma è un attimo, solo un attimo. Tiri un respiro profondo e sei di nuovo te stessa. Torni ad impersonare la donna affidabile, serena, forte , decisa. Quella che tutti conoscono e vogliono.
Quella che fingo d'essere e non sono.
Il locale è di lusso e appena entro mi accoglie, gentilissima, la titolare: "Buonasera signora, lei è sola?"
Cazzo sì! Nella sera dedicata agli innamorati , sono sola.
"Sì, ma aspetto amici!" mi affretto a rispondere....e, nell'attesa degli altri, mi siedo al bar.
Quando tutti arrivano, finite le doverose presentazioni, passiamo in sala.....impeccabile, e romantica.
Tovaglie candide, su ogni tavolo un fascio di rose e petali rossi sparsi ovunque....logico, è la sera degli innamorati...ma io sono sola!
In poco tempo la sala si riempe...naturalmente sono tutte coppie. L'unica single di tutto l'entourage sono io, ma la serata scorre piacevole e si mangia molto bene.
Tra una chiacchiera e l'altra ogni tanto lo sguardo coglie piccole premure tra le tre coppie che dividono il tavolo con me. Piccoli gesti pieni di riguardo e ..d'amore. "Caro assaggia questo!" "non esagerare" "senti com'è buono" e s'imboccano l'un l'altro. E' bello vederli. ..E io, tra di loro, sono sola.
Intendiamoci, non lo dico per menarla o fare la vittima, assolutamente! Sono quella che ho voluto essere, è una condizione con la quale convivo da anni e che ho scelto. Però ci penso!
Certo ho gli amici, i figli, la famiglia tutta (che è anche tanta). Ma quando arriva la notte e ti chiudi alle spalle la porta di camera...o quando capitano cene come queste....ti rendi conto che la tua è davvero un' affollata solitudine.
Alle volte, dalla donna che sono, mi vien fatto di guardare intorno a me le altre donne, perfette signore,sempre impeccabili, perfette padrone di casa, perfette mogli, e penso a quella che avrei potuto essere. Invece me ne sbatto della forma, dell'etichetta e non sopporto regole che interferiscono con il mio spirito libero. Vivo e lascio vivere, ma qualcosa ho indubbiamente sbagliato se questo strano percorso, pur sempre comunque proiettato verso gli altri, mi ha portata, passo dopo passo a questo mare di solitudine sentimentale.
Eppure non rinnego niente.
Ho fatto delle scelte. Sono andata dritta per la strada che il destino e il mio libero arbitrio hanno scelto per me. Mi sono concessa poco in gioventù, sempre al pezzo, sempre concentrata su un senso del dovere in perenne contrasto con la mia smania di libertà.
Lo so, le donne come me sono scomode, pesanti, ingestibili. Sarà per questo che non ho un compagno accanto, ma quanto spreco d'amore!
Eppure, come diceva la grande Edith, non rimpiango niente. So bastare a me stessa. E sono anche stanca di provare ad analizzare il perché e il percome.
Tutta questa smania di capire tutto, poi ti accorgi che i momenti più belli sono quelli in cui non capisci un cazzo e ti lasci andare all'istinto. E io sono così, me la vivo a modo mio.
Poi però ci sono momenti, quando chiudi fuori dalla finestra il resto del mondo e ti isoli, in cui c'è sempre un silenzio, un maledetto silenzio che ci frega, perché è lì che sentiamo tutte le parole che ci spaventano.
Allora ti senti come risucchiare in un gorgo pericoloso che cerca di trascinarti pericolosamente in quella spirale di malinconia e rimpianti che sai di non poterti permettere.
Ma è un attimo, solo un attimo. Tiri un respiro profondo e sei di nuovo te stessa. Torni ad impersonare la donna affidabile, serena, forte , decisa. Quella che tutti conoscono e vogliono.
Quella che fingo d'essere e non sono.
sabato 7 novembre 2015
Un passo indietro
Succede. A volte sì, può succedere.
Già al mattino quando ti alzi dal letto, capisci che c'è qualcosa che non va, che non è più come prima.
E' come un tarlo che ti rode dentro, e nonostante quanti sforzi tu possa fare, non riesci a farlo tacere.
Allora provi a far finta di niente, provi a parlare con chi hai vicino, con gli amici più cari. E guai se le risposte non sono quelle che ti aspetti, quelle che vorresti. Il vuoto aumenta.
Succede. Succede di pensare di essere in credito con la vita, di meritare qualcosa di più.
E allora ti butti a capofitto sulla prima cosa che ti pare un barlume di speranza e pensi: ecco, questa è un'altra occasione! Magari ci provo, hai visto mai che il destino mi offra una possibilità.
Può succedere.
E' tanta la voglia di vivere, il bisogno di sentirsi ancora importante per qualcuno, la smania di credersi apprezzati per quello che si è, che ci auto convinciamo. Ci confondiamo la mente inserendovi ciò che si desidera al posto di quello che in realtà è. Prendiamo il nostro sogno e lo vestiamo a festa secondo le nostre esigenze. Ci nutriamo dei nostri miraggi come piante che hanno continuamente bisogno di acqua.
Poi devi fermarti. Basta un niente, una frase letta, un fatto che non ti torna, una sensazione latente, e parte il turbinio dei pensieri. I segnali, sono i maledetti segnali che hai imparato a leggere.
Il pensiero è come un vento che cambia inspiegabilmente direzione ma ben consapevole, sempre, delle sue mete.
Per un po' puoi pensare di poterti permettere il lusso di godere degli attimi, dei risvegli carichi di promesse, e chiudere gli occhi con le farfalle nello stomaco. Può succedere.
Ma all'improvviso ti accorgi di aver sbagliato, di essere andata troppo oltre. E non puoi fare altro che un passo indietro.
La consapevolezza, questa nemica della speranza, questa sorella triste del sogno ad un tratto ti dice: " lascia perdere, torna padrona di te". E devi fermarti.
Succede.
Devi solo aspettare che il dolore passi, finché la delusione per le aspettative disattese non lascerà di nuovo il posto a quella palude di rassegnazione che è compagna della tua vita. L'unica che ti puoi permettere.
Tanto lo sai che poi passa. Passa sempre.
Chi nella vita ha subito un "danno" diventa fatalista, ché tanto sa già di poter sopravvivere. C'è già passato
Quando hai imparato a correre con i lupi sai che non può più esistere un noi, ma solo un "io".
Allora prendi la tua valigia di sogni, la riempi con le tue utopie, le tue chimere, con quegli attimi illusori e pure belli che sono stati i tuoi momenti, i tuoi ricordi. di cui hai previdentemente fatto provvista. Quelli nessuno te li può togliere.
Chiedi scusa, il più umilmente possibile, non tanto per andartene, quanto per essere rimasto così a lungo.
Ti guardi intorno un ultima volta e ti allontani, in silenzio, accostando delicatamente la porta.
Sh....... piano...., non vuoi disturbare più. E così, all'improvviso come sei arrivata, te ne torni indietro.
Può succedere!
Ti sei stancata di portare il mio peso.
Ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi, della mia ombra.
Le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi.
Verrà un giorno,un giorno improvvisamente
Sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano.
E quel peso sarà il più grande.
Hikmet
Già al mattino quando ti alzi dal letto, capisci che c'è qualcosa che non va, che non è più come prima.
E' come un tarlo che ti rode dentro, e nonostante quanti sforzi tu possa fare, non riesci a farlo tacere.
Allora provi a far finta di niente, provi a parlare con chi hai vicino, con gli amici più cari. E guai se le risposte non sono quelle che ti aspetti, quelle che vorresti. Il vuoto aumenta.
Succede. Succede di pensare di essere in credito con la vita, di meritare qualcosa di più.
E allora ti butti a capofitto sulla prima cosa che ti pare un barlume di speranza e pensi: ecco, questa è un'altra occasione! Magari ci provo, hai visto mai che il destino mi offra una possibilità.
Può succedere.
E' tanta la voglia di vivere, il bisogno di sentirsi ancora importante per qualcuno, la smania di credersi apprezzati per quello che si è, che ci auto convinciamo. Ci confondiamo la mente inserendovi ciò che si desidera al posto di quello che in realtà è. Prendiamo il nostro sogno e lo vestiamo a festa secondo le nostre esigenze. Ci nutriamo dei nostri miraggi come piante che hanno continuamente bisogno di acqua.
Poi devi fermarti. Basta un niente, una frase letta, un fatto che non ti torna, una sensazione latente, e parte il turbinio dei pensieri. I segnali, sono i maledetti segnali che hai imparato a leggere.
Il pensiero è come un vento che cambia inspiegabilmente direzione ma ben consapevole, sempre, delle sue mete.
Per un po' puoi pensare di poterti permettere il lusso di godere degli attimi, dei risvegli carichi di promesse, e chiudere gli occhi con le farfalle nello stomaco. Può succedere.
Ma all'improvviso ti accorgi di aver sbagliato, di essere andata troppo oltre. E non puoi fare altro che un passo indietro.
La consapevolezza, questa nemica della speranza, questa sorella triste del sogno ad un tratto ti dice: " lascia perdere, torna padrona di te". E devi fermarti.
Succede.
Devi solo aspettare che il dolore passi, finché la delusione per le aspettative disattese non lascerà di nuovo il posto a quella palude di rassegnazione che è compagna della tua vita. L'unica che ti puoi permettere.
Tanto lo sai che poi passa. Passa sempre.
Chi nella vita ha subito un "danno" diventa fatalista, ché tanto sa già di poter sopravvivere. C'è già passato
Quando hai imparato a correre con i lupi sai che non può più esistere un noi, ma solo un "io".
Allora prendi la tua valigia di sogni, la riempi con le tue utopie, le tue chimere, con quegli attimi illusori e pure belli che sono stati i tuoi momenti, i tuoi ricordi. di cui hai previdentemente fatto provvista. Quelli nessuno te li può togliere.
Chiedi scusa, il più umilmente possibile, non tanto per andartene, quanto per essere rimasto così a lungo.
Ti guardi intorno un ultima volta e ti allontani, in silenzio, accostando delicatamente la porta.
Sh....... piano...., non vuoi disturbare più. E così, all'improvviso come sei arrivata, te ne torni indietro.
Può succedere!
Ti sei stancata di portare il mio peso.
Ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi, della mia ombra.
Le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi.
Verrà un giorno,un giorno improvvisamente
Sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano.
E quel peso sarà il più grande.
Hikmet
lunedì 7 settembre 2015
"Le mi' nonne"
"E fu così che, per grazia ricevuta, Viareggio e i viareggini furono risparmiati dalla peste che circondava la città. La sua avanzata si bloccò proprio là, al canale, ai margini dell'attuale ponte di Pisa proprio dove ora sorge quella marginetta dedicata alla Madonna. Era l'otto di settembre e, in suo omaggio, si volle fare un falò di ringraziamento ripetuto negli anni a venire sempre alla stessa data. Ecco come nacquero le Baldorie".
O almeno così a me l'hanno raccontata i miei e in seguito io ai miei figli e nipoti. Ma quanti oggi lo ricordano?
Sono cresciuta proprio là, su quella terra bonificata denominata Campo d'Aviazione. Una striscia di case fiancheggiate dalla pineta e tutto intorno campi coltivati a grano e viti. Una meraviglia poter correre liberi anche per la macchia , ché tanto il sottobosco non era folto come ora e dalla strada si arrivava a vedere il Viale dei Tigli, quando ancora i tigli formavano, con le loro chiome, una galleria d'ombra che a primavera profumava anche le stanze di casa.
Dal piano di sopra aprivi la finestra in estate e una distesa vermiglia di papaveri interrompeva l'oro del grano, mentre in autunno potevi fare scorpacciate di cachi, uva e fichi, facendo attenzione a non farti beccare dal contadino. E le more? A grappoli!
Ma quando arrivava settembre, il pensiero era uno solo: anda' a fa' pinugliori per la baldoria.
Allora via, tutti in pineta, con cesti, cariole, sacchetti. Qualcuno provava a legare dietro alla bici due o tre cassette di legno da riempire per far prima. Ma erin più velli che si seminavino che velli che si riportava, I più trincati invece riuscivano a fassi presta' un caretto, tipo quello per i pesci della mi' zia.e vai......certe cariate di pinugliori da sparge' nel campo dietro 'asa , così se anco pioveva , si rinsecchivino subito.
La baldoria vera, il covone, si tirava su solo all'ultimo giorno, che così quelli spioni de' villini o della stazione vecchia un potevino vedè quanto era grossa. La concorenza tra quartieri era tanta e c'era anco la paura che ce la bruciassero prima.
Bemmi tempi quelli in cui l'unico rischio che corevi era che ti dessero foo alla baldoria!
Comunque l'impegno per proteggela era notevole, e i turni di guardianaggio perfettamente organizzati.
Ogni tanto vicino a quel campo passava una seicento bianca che usciva da una villa a fondo strada, e dal finestrino si affacciava una signora mora, elegante, sguardo intenso e vivace, che con un gran sorriso ci faceva avvicinare e ci regalava caramelle.
Solo dopo molti anni ho scoperto che quella signora, che si chiamava Franca Taylor, era una scrittrice e grande autrice di testi teatrali. Anche lei illustre concittadina caduta nel dimenticatoio di questa ingrata città.
Ma finalmente arrivava il momento, il conquibusse come diceva la mi' nonna: c'avevimo da monta' la Baldoria. E qui entrava in gioo il mitico Birino!
A esse' sincera, chi fosse veramente un me lo riordo.Indubbiamente uno de' contadini del vicinato. Un ometto già anziano, secco rinfrignito co' capelli bianchi, senz'altro venuto su a zuppa del seghetti. Ma come la faceva bella lu' un na faceva nessuno. Pareva gonfiata: un unico lungo palo inficcato nella rena, e po' tutt'intorno forconate di pinugliori. Un'opera d'arte, senza neanco stacci a pensa' du volte, la più bella di tutta Viareggio. Perché era la nostra!
Ultimo atto......appuntamento tutti alla stessa ora che per danni foo si voleva esse' tutt'insieme.
Ehi, una pottisa! Quando arivavi, un si sa perché, era già accesa, e il colpevole un saltava mai fori,
Belli i mi' amici.....La Cesi, la Meri. l'Anna Maria, la Floriana, Erichino, Marietto che ora fa il medico ma allora era soprannominato "Grande capo chiappe merdose". Alcuni, purtroppo, son già andati a accende' baldorie da altre parti, Massimo, Checchino.....mi viene il ghiozzo in gola se ci penso.
E invece no, un la voglia da' vinta al magone. perché ho avuto la fortuna di vive' questi momenti magici.Non come ora che coglie i pignugliori è diventato perioloso e troppo fatioso. E se qualcuno ancora si riorda per caso di questa festa, n'approfitta per da foo a ogni genere di troiaio che trova purché bruci e si possa fa del casino con petardi e mortaletti anche periolosi. Senza considerà i miasmi che diffondino nell'aria. Uno schifo.,
Ma noi....noi no. Tutti a girare attorno al fuoco ridendo e scherzando, ipnotizzati dai guizzi di quelle lamelle cangianti e inebriati da quel meraviglioso profumo di ragia e sottobosco. Ci faceva una pippa a noi la Mariagiovanna!!!
Poi d'un tratto :" Sbraciamo la baldoria così s'alzino le mi' nonne."
E mi ma', povera donna : "Alfrè, un t'accosta' che se ti strini ti ce ne dò di sopra."
Toh, certo, perché alla festa c'erin tutti, grandi e piccini, mia solo noi bamboretti. Tutti insieme a condivide' quel rito quasi ancestrale, quel momento di euforia collettiva. Che ci volete fa' noi ci si divertiva con pogo, ma quel pogo ci bastava per senticci felici. E quando qualcuno de' più temerari s'azzardava : ALLE MI' NONNE .......sembrava un grido di battaglia.
E eccole là, alte, stagliate nel buio della notte, tante fiammelle incandescenti e scoppiettanti che sembrava ridessero partecipi degli schiamazzi di noi bambini....
Chissà cosa ci vedevamo...cosa ci sembravano...Forse semplicemente le caricavamo della nostra energia, delle nostre speranze, dei nostri sogni....era una sensazione di libertà assoluta, di partecipazione all'armonia del mondo....sentirsi vivi e spensierati....ma che ne so!
Avevamo il mondo davanti e una vita intera per viverlo.
Quello che so per certo è che, allora come ora nel ricordarlo, mi batteva forte forte il cuore.
O almeno così a me l'hanno raccontata i miei e in seguito io ai miei figli e nipoti. Ma quanti oggi lo ricordano?
Sono cresciuta proprio là, su quella terra bonificata denominata Campo d'Aviazione. Una striscia di case fiancheggiate dalla pineta e tutto intorno campi coltivati a grano e viti. Una meraviglia poter correre liberi anche per la macchia , ché tanto il sottobosco non era folto come ora e dalla strada si arrivava a vedere il Viale dei Tigli, quando ancora i tigli formavano, con le loro chiome, una galleria d'ombra che a primavera profumava anche le stanze di casa.
Dal piano di sopra aprivi la finestra in estate e una distesa vermiglia di papaveri interrompeva l'oro del grano, mentre in autunno potevi fare scorpacciate di cachi, uva e fichi, facendo attenzione a non farti beccare dal contadino. E le more? A grappoli!
Ma quando arrivava settembre, il pensiero era uno solo: anda' a fa' pinugliori per la baldoria.
Allora via, tutti in pineta, con cesti, cariole, sacchetti. Qualcuno provava a legare dietro alla bici due o tre cassette di legno da riempire per far prima. Ma erin più velli che si seminavino che velli che si riportava, I più trincati invece riuscivano a fassi presta' un caretto, tipo quello per i pesci della mi' zia.e vai......certe cariate di pinugliori da sparge' nel campo dietro 'asa , così se anco pioveva , si rinsecchivino subito.
La baldoria vera, il covone, si tirava su solo all'ultimo giorno, che così quelli spioni de' villini o della stazione vecchia un potevino vedè quanto era grossa. La concorenza tra quartieri era tanta e c'era anco la paura che ce la bruciassero prima.
Bemmi tempi quelli in cui l'unico rischio che corevi era che ti dessero foo alla baldoria!
Comunque l'impegno per proteggela era notevole, e i turni di guardianaggio perfettamente organizzati.
Ogni tanto vicino a quel campo passava una seicento bianca che usciva da una villa a fondo strada, e dal finestrino si affacciava una signora mora, elegante, sguardo intenso e vivace, che con un gran sorriso ci faceva avvicinare e ci regalava caramelle.
Solo dopo molti anni ho scoperto che quella signora, che si chiamava Franca Taylor, era una scrittrice e grande autrice di testi teatrali. Anche lei illustre concittadina caduta nel dimenticatoio di questa ingrata città.
Ma finalmente arrivava il momento, il conquibusse come diceva la mi' nonna: c'avevimo da monta' la Baldoria. E qui entrava in gioo il mitico Birino!
A esse' sincera, chi fosse veramente un me lo riordo.Indubbiamente uno de' contadini del vicinato. Un ometto già anziano, secco rinfrignito co' capelli bianchi, senz'altro venuto su a zuppa del seghetti. Ma come la faceva bella lu' un na faceva nessuno. Pareva gonfiata: un unico lungo palo inficcato nella rena, e po' tutt'intorno forconate di pinugliori. Un'opera d'arte, senza neanco stacci a pensa' du volte, la più bella di tutta Viareggio. Perché era la nostra!
Ultimo atto......appuntamento tutti alla stessa ora che per danni foo si voleva esse' tutt'insieme.
Ehi, una pottisa! Quando arivavi, un si sa perché, era già accesa, e il colpevole un saltava mai fori,
Belli i mi' amici.....La Cesi, la Meri. l'Anna Maria, la Floriana, Erichino, Marietto che ora fa il medico ma allora era soprannominato "Grande capo chiappe merdose". Alcuni, purtroppo, son già andati a accende' baldorie da altre parti, Massimo, Checchino.....mi viene il ghiozzo in gola se ci penso.
E invece no, un la voglia da' vinta al magone. perché ho avuto la fortuna di vive' questi momenti magici.Non come ora che coglie i pignugliori è diventato perioloso e troppo fatioso. E se qualcuno ancora si riorda per caso di questa festa, n'approfitta per da foo a ogni genere di troiaio che trova purché bruci e si possa fa del casino con petardi e mortaletti anche periolosi. Senza considerà i miasmi che diffondino nell'aria. Uno schifo.,
Ma noi....noi no. Tutti a girare attorno al fuoco ridendo e scherzando, ipnotizzati dai guizzi di quelle lamelle cangianti e inebriati da quel meraviglioso profumo di ragia e sottobosco. Ci faceva una pippa a noi la Mariagiovanna!!!
Poi d'un tratto :" Sbraciamo la baldoria così s'alzino le mi' nonne."
E mi ma', povera donna : "Alfrè, un t'accosta' che se ti strini ti ce ne dò di sopra."
Toh, certo, perché alla festa c'erin tutti, grandi e piccini, mia solo noi bamboretti. Tutti insieme a condivide' quel rito quasi ancestrale, quel momento di euforia collettiva. Che ci volete fa' noi ci si divertiva con pogo, ma quel pogo ci bastava per senticci felici. E quando qualcuno de' più temerari s'azzardava : ALLE MI' NONNE .......sembrava un grido di battaglia.
E eccole là, alte, stagliate nel buio della notte, tante fiammelle incandescenti e scoppiettanti che sembrava ridessero partecipi degli schiamazzi di noi bambini....
Chissà cosa ci vedevamo...cosa ci sembravano...Forse semplicemente le caricavamo della nostra energia, delle nostre speranze, dei nostri sogni....era una sensazione di libertà assoluta, di partecipazione all'armonia del mondo....sentirsi vivi e spensierati....ma che ne so!
Avevamo il mondo davanti e una vita intera per viverlo.
Quello che so per certo è che, allora come ora nel ricordarlo, mi batteva forte forte il cuore.
giovedì 25 giugno 2015
Tornare a casa
"Ci sarà sempre un conflitto tra quello che so e quello che sento"
Vi è mai capitato di fare un sogno sempre uguale, sempre quello, fino a diventare un'ossessione?
A me sì, è successo. Magari può cambiare un po' lo scenario, qualche "attore", ma il contesto, la trama è sempre la solita.
Mi è successo da giovane che sognavo sempre di dover dare un esame e non essere preparata (forse il timore di essere inadeguata di fronte ai problemi della vita?), e poi un po' più matura quando continuamente avrei dovuto prendermi cura di un bambino molto piccolo (l'amore per me stessa?).
Non pretendo di essere Freud naturalmente, ma con grande spirito di sopravvivenza ho affrontato i miei limiti e, cavillandovi sopra, con pazienza li ho superati.
E ora questo...una sera, due, tre,,,magari non di seguito ma Tac, puntualmente ricompare, e ti risvegli con un senso di soffocamento, di turbamento, di vuoto che ti riempe la giornata. Sogno di essere lontana da casa, magari a Milano dai miei amici, o fuori a teatro, e non so come tornare indietro.
Voglio con tutta me stessa tornare a casa mia, ché altrove non mi sento a mio agio. A volte ho intorno gente sconosciuta, corsi d'acqua torbidi e minacciosi, ma non posso farlo perché non ho un mezzo....non ci sono treni né pullman, addirittura non ho le scarpe, il motorino è bucato, non trovo dove ho parcheggiato la macchina e neppure ho un gettone per telefonare a mia figlia di venire a prendermi. Un incubo!
Basta, devo fermare la giostra che ho nel cervello, smetterla di dar fiato all'orchestra stonata che ho dentro in compagnia della quale mi risveglio ogni mattina.
Il primo passo è ammettere di avere un disagio, qualcosa che mi disturba, mi fa star male. Può essere doloroso ma è necessario.
Mi sento persa in questo silenzio assordante per cui il mio cuore ha smesso di guidarmi lasciandomi in balia della mia testa e dei suoi pensieri eccessivi e tortuosi. Basta pensare, basta con i sensi di colpa. Devo assolutamente trovare il modo di affrancarmi emotivamente dal mio "problema". Di qualunque natura esso sia. Da qualunque parte provenga.
"Esiste un solo modo per affrontare il dolore. Accettarlo e andare oltre."
Giusto, belle parole. Ma prima devi riconoscerlo , e per farlo occorre una buona dose di onestà verso se stessi.
Perché sappiamo bene che le risposte, tutte, sono già dentro di noi. Doppiamo solo avere il coraggio di riconoscerle, senza paura, e accogliere il "disturbo" senza ostacolarlo.
L'ansia, le fobie, la tristezza, sono tutti campanelli d'allarme che ci giungono da un luogo sconosciuto per dirci qualcosa, e come tali vanno rispettati. Bisogna lasciarsi andare.
Ragionare, capire o cercar di spiegare cronicizza i problemi che devono invece essere affidati al buio,
al vuoto. Esser guardati come onde del mare. Perché non si può pretendere di gestire ne controllare l'ineluttabile.
Ed ecco che, piano piano, il tuo "io" riaffiora. Ritrovi la tua istintualità e di colpo ti accorgi che quel qualcosa che non va è proprio lì, di fronte a te. Devi solo prenderne atto e lasciarlo andare. Che non vuol dire "mandarlo via", ma accettare le cose per quello che sono, senza reprimerle o volerle cambiare. Non cercare di trattenere, di bloccare, o farle a tuo piacimento, ma lasciarne il naturale fluire. E con queste tornare ad essere se stessi, perché quando cerchi di piacere per forza, di essere adeguata, quando vuoi diventare come ti vogliono gli altri, poi gli altri non ti vogliono più. E ti perdi.
Ecco ci siamo, sono arrivata al nocciolo, al fulcro, all'origine. Amen.
E di colpo ti svegli una mattina accorgendoti che l'ansia è svanita. Ti senti leggera, serena riesci a respirare finalmente e realizzi.......Sì, anche stavolta, in un modo o nell'altro, sono tornata a casa.
"La vera bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà
infinita...la libertà dell'artista priva di volontà, libera di
volare."
Karen Blixen
Vi è mai capitato di fare un sogno sempre uguale, sempre quello, fino a diventare un'ossessione?
A me sì, è successo. Magari può cambiare un po' lo scenario, qualche "attore", ma il contesto, la trama è sempre la solita.
Mi è successo da giovane che sognavo sempre di dover dare un esame e non essere preparata (forse il timore di essere inadeguata di fronte ai problemi della vita?), e poi un po' più matura quando continuamente avrei dovuto prendermi cura di un bambino molto piccolo (l'amore per me stessa?).
Non pretendo di essere Freud naturalmente, ma con grande spirito di sopravvivenza ho affrontato i miei limiti e, cavillandovi sopra, con pazienza li ho superati.
E ora questo...una sera, due, tre,,,magari non di seguito ma Tac, puntualmente ricompare, e ti risvegli con un senso di soffocamento, di turbamento, di vuoto che ti riempe la giornata. Sogno di essere lontana da casa, magari a Milano dai miei amici, o fuori a teatro, e non so come tornare indietro.
Voglio con tutta me stessa tornare a casa mia, ché altrove non mi sento a mio agio. A volte ho intorno gente sconosciuta, corsi d'acqua torbidi e minacciosi, ma non posso farlo perché non ho un mezzo....non ci sono treni né pullman, addirittura non ho le scarpe, il motorino è bucato, non trovo dove ho parcheggiato la macchina e neppure ho un gettone per telefonare a mia figlia di venire a prendermi. Un incubo!
Basta, devo fermare la giostra che ho nel cervello, smetterla di dar fiato all'orchestra stonata che ho dentro in compagnia della quale mi risveglio ogni mattina.
Il primo passo è ammettere di avere un disagio, qualcosa che mi disturba, mi fa star male. Può essere doloroso ma è necessario.
Mi sento persa in questo silenzio assordante per cui il mio cuore ha smesso di guidarmi lasciandomi in balia della mia testa e dei suoi pensieri eccessivi e tortuosi. Basta pensare, basta con i sensi di colpa. Devo assolutamente trovare il modo di affrancarmi emotivamente dal mio "problema". Di qualunque natura esso sia. Da qualunque parte provenga.
"Esiste un solo modo per affrontare il dolore. Accettarlo e andare oltre."
Giusto, belle parole. Ma prima devi riconoscerlo , e per farlo occorre una buona dose di onestà verso se stessi.
Perché sappiamo bene che le risposte, tutte, sono già dentro di noi. Doppiamo solo avere il coraggio di riconoscerle, senza paura, e accogliere il "disturbo" senza ostacolarlo.
L'ansia, le fobie, la tristezza, sono tutti campanelli d'allarme che ci giungono da un luogo sconosciuto per dirci qualcosa, e come tali vanno rispettati. Bisogna lasciarsi andare.
Ragionare, capire o cercar di spiegare cronicizza i problemi che devono invece essere affidati al buio,
al vuoto. Esser guardati come onde del mare. Perché non si può pretendere di gestire ne controllare l'ineluttabile.
Ed ecco che, piano piano, il tuo "io" riaffiora. Ritrovi la tua istintualità e di colpo ti accorgi che quel qualcosa che non va è proprio lì, di fronte a te. Devi solo prenderne atto e lasciarlo andare. Che non vuol dire "mandarlo via", ma accettare le cose per quello che sono, senza reprimerle o volerle cambiare. Non cercare di trattenere, di bloccare, o farle a tuo piacimento, ma lasciarne il naturale fluire. E con queste tornare ad essere se stessi, perché quando cerchi di piacere per forza, di essere adeguata, quando vuoi diventare come ti vogliono gli altri, poi gli altri non ti vogliono più. E ti perdi.
Ecco ci siamo, sono arrivata al nocciolo, al fulcro, all'origine. Amen.
E di colpo ti svegli una mattina accorgendoti che l'ansia è svanita. Ti senti leggera, serena riesci a respirare finalmente e realizzi.......Sì, anche stavolta, in un modo o nell'altro, sono tornata a casa.
"La vera bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà
infinita...la libertà dell'artista priva di volontà, libera di
volare."
Karen Blixen
domenica 10 maggio 2015
Castelli di sabbia
Siamo qui, riuniti attorno al tavolo, e me li guardo bene i miei figli.
Sono proprio belli, non posso non convenirne, e non è solo orgoglio di madre. Sono belli obiettivamente, anche se completamente diversi uno dall'altro. Lui, che aveva capelli nerissimi, tutto brizzolato e occhi verdi simili a quelli di sua nonna. Lei con una gran cascata di capelli dorati e grandi occhi azzurri come il cielo in estate.
Me li guardo e me li godo, perché io sono fiera di loro, della loro maturità e di come sanno barcamenarsi in questa bolgia che è la vita. Mi piacciono così come sono, semplici, un po' rustici. E' vero, avrei preferito che avessero studiato, si fossero fatti "una posizione", ma per loro, non per me, per poterli vedere affrontare le avversità in modo più tranquillo e sereno. Invece non li ho mai spinti, non ho mai insistito. Ho sempre lasciato che scegliessero da soli cosa fare,cosa voler essere. Li ho lasciati anche sbagliare, ma ho fatto bene? Che cavolo di madre sono stata?
E in questa notte di primavera mi assalgono mille pensieri,,mille dubbi, mentre, dalla finestra di camera mia, osservando la notte che volge al pallore mattutino, ripercorro il mio essere madre.
Ho avuto Andrea che ero piuttosto giovane, ventidue anni, mentre per Daniela ero già un po' più matura, ma il mio approccio alla maternità, il mio rapportarmi con loro, è sempre stato lo stesso, quello di vivermeli in assoluta libertà.
Il diventare madre era una delle cose che desideravo di più al mondo..., più di un compagno, più di un matrimonio. La mia grande famiglia come supporto e mio padre come punto di riferimento. Perché era a lui che volevo dimostrare il mio essere una grande donna, la mia capacità di degna educatrice, e tutto donando loro il massimo rispetto e la capacità del libero arbitro.
"Sono due le cose che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori...radici e ali !"
Ma come potevo io , ribelle, irrequieta come un mare in tempesta, così fuori dagli schemi, a-normale sempre, zingara di mente, folle ingegnere della mia vita, insegnar loro a vivere "inquadrati"?!
Io che non accettavo di vivere in nessuno dei mondi che mi venivano offerti, io che avrei voluto crearmene uno tutto mio dove poter respirare e rigenerarmi dai colpi inferti dalla vita, come avrei potuto far loro capire che si ha bisogno di punti fermi, di porti sicuri cui approdare durante le tempeste?!
Avevo solo una strada possibile da percorrere: essere me stessa e all'occorrenza mettermi in gioco insieme a loro. E così ho fatto.
Non ho mai nascosto niente, onesta fino alla sfacciataggine. Non ho mai contrabbandato l'intolleranza per ipersensibilità, ne l'arroganza per sicurezza. Non ho mai avuto timore della parole forte o scomoda, della parola possente o pruriginosa. Non ho mai scansato o delegato i problemi ma li ho sempre affrontati, i miei e quelli degli altri. Mi hanno vista folle, allegra, guerriera, ferma e decisa, sempre pronta alla lotta, Oppure fragile e spaventata. Mi hanno vista piangere.....e poi rinascere dalle ceneri senza arrendermi mai.
Ho cercato di trasmettere loro dei valori, di fortificarli, di prepararli alle delusioni, alle lotte. Ho provato a far capire loro che le cose nella vita non capitano mai a caso e che ogni persona che incontriamo può insegnarci qualcosa. E poi.....?
Li ho lasciati scegliere quello che volevano essere, in virtù del loro diritto ai propri diritti, e li ho osservati, un po' in disparte, come penso sia giusto fare.
Ho sbagliato ? Può essere, non ho certo la presunzione di credere di poter essere immune da errori.
Ho voluto affrancarmi dal mondo dei miei genitori, così come i miei figli hanno voluto prendere le distanze dal mio. Ma ritengo sia un processo normale e lecito. In fondo, nella vita, è bene che ognuno impari ad essere "genitore" di se stesso.
Certo lo scopo era quello di vederli felici...ma la felicità non è di questo mondo. E' fuggevole e effimera. Un po' come costruire castelli di sabbia sulla battigia. Sappiamo bene che prima o poi arriva un onda e ce li può far crollare. Ma continuiamo imperterriti a tirarli su, ancora e ancora, senza arrenderci mai. Una sfida continua.
Il profumo penetrante delle zagare e delle rose mi riporta alla realtà, e mi rannicchio nel letto con il cuore colmo di speranze fragranti.
E' di nuovo il maggio odoroso e sono ancora qui a pormi domande, a cercare soluzioni. Perché anche se il tempo ci ha fatti andare avanti, io sono ancora lì, indomita, sulla riva di quel mare. In fondo, nonostante tutto, la vita è un'avventura meravigliosa!
Quando, nella foresta,
i rami litigano per il vento,
le radici si tengono per mano,
R. Battaglia
Sono proprio belli, non posso non convenirne, e non è solo orgoglio di madre. Sono belli obiettivamente, anche se completamente diversi uno dall'altro. Lui, che aveva capelli nerissimi, tutto brizzolato e occhi verdi simili a quelli di sua nonna. Lei con una gran cascata di capelli dorati e grandi occhi azzurri come il cielo in estate.
Me li guardo e me li godo, perché io sono fiera di loro, della loro maturità e di come sanno barcamenarsi in questa bolgia che è la vita. Mi piacciono così come sono, semplici, un po' rustici. E' vero, avrei preferito che avessero studiato, si fossero fatti "una posizione", ma per loro, non per me, per poterli vedere affrontare le avversità in modo più tranquillo e sereno. Invece non li ho mai spinti, non ho mai insistito. Ho sempre lasciato che scegliessero da soli cosa fare,cosa voler essere. Li ho lasciati anche sbagliare, ma ho fatto bene? Che cavolo di madre sono stata?
E in questa notte di primavera mi assalgono mille pensieri,,mille dubbi, mentre, dalla finestra di camera mia, osservando la notte che volge al pallore mattutino, ripercorro il mio essere madre.
Ho avuto Andrea che ero piuttosto giovane, ventidue anni, mentre per Daniela ero già un po' più matura, ma il mio approccio alla maternità, il mio rapportarmi con loro, è sempre stato lo stesso, quello di vivermeli in assoluta libertà.
Il diventare madre era una delle cose che desideravo di più al mondo..., più di un compagno, più di un matrimonio. La mia grande famiglia come supporto e mio padre come punto di riferimento. Perché era a lui che volevo dimostrare il mio essere una grande donna, la mia capacità di degna educatrice, e tutto donando loro il massimo rispetto e la capacità del libero arbitro.
"Sono due le cose che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori...radici e ali !"
Ma come potevo io , ribelle, irrequieta come un mare in tempesta, così fuori dagli schemi, a-normale sempre, zingara di mente, folle ingegnere della mia vita, insegnar loro a vivere "inquadrati"?!
Io che non accettavo di vivere in nessuno dei mondi che mi venivano offerti, io che avrei voluto crearmene uno tutto mio dove poter respirare e rigenerarmi dai colpi inferti dalla vita, come avrei potuto far loro capire che si ha bisogno di punti fermi, di porti sicuri cui approdare durante le tempeste?!
Avevo solo una strada possibile da percorrere: essere me stessa e all'occorrenza mettermi in gioco insieme a loro. E così ho fatto.
Non ho mai nascosto niente, onesta fino alla sfacciataggine. Non ho mai contrabbandato l'intolleranza per ipersensibilità, ne l'arroganza per sicurezza. Non ho mai avuto timore della parole forte o scomoda, della parola possente o pruriginosa. Non ho mai scansato o delegato i problemi ma li ho sempre affrontati, i miei e quelli degli altri. Mi hanno vista folle, allegra, guerriera, ferma e decisa, sempre pronta alla lotta, Oppure fragile e spaventata. Mi hanno vista piangere.....e poi rinascere dalle ceneri senza arrendermi mai.
Ho cercato di trasmettere loro dei valori, di fortificarli, di prepararli alle delusioni, alle lotte. Ho provato a far capire loro che le cose nella vita non capitano mai a caso e che ogni persona che incontriamo può insegnarci qualcosa. E poi.....?
Li ho lasciati scegliere quello che volevano essere, in virtù del loro diritto ai propri diritti, e li ho osservati, un po' in disparte, come penso sia giusto fare.
Ho sbagliato ? Può essere, non ho certo la presunzione di credere di poter essere immune da errori.
Ho voluto affrancarmi dal mondo dei miei genitori, così come i miei figli hanno voluto prendere le distanze dal mio. Ma ritengo sia un processo normale e lecito. In fondo, nella vita, è bene che ognuno impari ad essere "genitore" di se stesso.
Certo lo scopo era quello di vederli felici...ma la felicità non è di questo mondo. E' fuggevole e effimera. Un po' come costruire castelli di sabbia sulla battigia. Sappiamo bene che prima o poi arriva un onda e ce li può far crollare. Ma continuiamo imperterriti a tirarli su, ancora e ancora, senza arrenderci mai. Una sfida continua.
Il profumo penetrante delle zagare e delle rose mi riporta alla realtà, e mi rannicchio nel letto con il cuore colmo di speranze fragranti.
E' di nuovo il maggio odoroso e sono ancora qui a pormi domande, a cercare soluzioni. Perché anche se il tempo ci ha fatti andare avanti, io sono ancora lì, indomita, sulla riva di quel mare. In fondo, nonostante tutto, la vita è un'avventura meravigliosa!
Quando, nella foresta,
i rami litigano per il vento,
le radici si tengono per mano,
R. Battaglia
giovedì 26 marzo 2015
Diversi...da chi?
La cena di qualche sera fa a casa di Perla non solo è stata piacevole e divertente, ma è stata anche un grosso stimolo per riflettere e ragionare, così, tanto per non perdere il vizio.
Alle volte vorrei davvero riuscire a fermare il turbine dei pensieri, domarli, chiudere la porta al mondo e mettermi in ascolto! Magari.....
Non è proprio un bel periodo questo, mi sento nervosa, intollerante. Non sopporto la massa becera, volgare, superficiale. E questo mi rende irrequieta, mi fa sentire "diversa"
Hanno sempre detto di me che sono una donna forte, volitiva. Ho seguito consigli, dottrine, letture. Ho meditato su me e sui miei limiti. Ho imparato ad "osservare la mente" come fosse un fiume che scorre lasciando arrivare pensieri, immagini, sensazioni, senza pretendere che fosse altro da quello che è.
Ho cercato di correggere i miei difetti ed ho imparato ad accettare la mia solitudine affettiva. Perché è vero che imparando a star da soli si acquista forza, ma poi quello che diventiamo, quello che siamo, dobbiamo donarlo, condividerlo.Se non ci relazioniamo a che serve tutta la nostra crescita, e nel mettermi in gioco ho capito che non si sta male quando si dubita dell'altro, ma quando si dubita di noi stessi, del nostro valore.
Ho acquisito conoscenza, consapevolezza e forza, eppure alle volte mi sento un'aliene, proprio un essere avulso dalla massa. E questo, nonostante tutto, ancora mi fa star male.
Poi capita che ti trovi di fronte persone che davvero hanno lottato e sputato sangue per affermare la loro "diversità", e ti senti una merda.
"Ci sono anime sulle quali viene voglia di affacciarsi come ad una finestra piena di sole!"
Ed eccoli qui i miei nuovi amici che si raccontano, si mettono a nudo senza remore ne falsi pudori. Senza ipocrisia. E ascoltano te, che sei portata a fare altrettanto.
L'apice della serata si raggiunge quando, per provare una maglia che la mia amica vuol regalarmi, tolgo disinvoltamente quella che indosso e rimango in reggiseno davanti a vassoiate di triglie, totani e gamberi fritti che mi osservano perplessi, accompagnata dal gridolino di sgomento di Davide che finge di chiudersi gli occhi, e la "OH" di stupore di Stefano , che neanche la Madonna quando si trovò davanti alla palma traboccante polposi datteri.
Ridiamo. E' tutto facile, naturale, tutto scorre via in allegria, leggerezza, spensieratezza.
Allora pensi: il "diverso" è colui che comunque dovrà lottare nella vita per affermare se stesso.
Ma ha importanza poi avere l'approvazione, l'accettazione della massa?
Assolutamente no!
Quindi ti rassegni al fatto che non puoi piacere a tutti, te ne fai una ragione e smetti di sentirtene in colpa.
Pensi che in fondo se gli altri non ti apprezzano, forse non sempre dipende solo da te. Forse magari, semplicemente, sono gli altri a non essere alla tua altezza! Con rispetto, naturalmente.
"Ho il cuore grande ma con poche stanze e pochi ospiti, preferisco così.
Chi ci entra non si sente soffocare, si sente comodo. Si sente a casa."
Alle volte vorrei davvero riuscire a fermare il turbine dei pensieri, domarli, chiudere la porta al mondo e mettermi in ascolto! Magari.....
Non è proprio un bel periodo questo, mi sento nervosa, intollerante. Non sopporto la massa becera, volgare, superficiale. E questo mi rende irrequieta, mi fa sentire "diversa"
Hanno sempre detto di me che sono una donna forte, volitiva. Ho seguito consigli, dottrine, letture. Ho meditato su me e sui miei limiti. Ho imparato ad "osservare la mente" come fosse un fiume che scorre lasciando arrivare pensieri, immagini, sensazioni, senza pretendere che fosse altro da quello che è.
Ho cercato di correggere i miei difetti ed ho imparato ad accettare la mia solitudine affettiva. Perché è vero che imparando a star da soli si acquista forza, ma poi quello che diventiamo, quello che siamo, dobbiamo donarlo, condividerlo.Se non ci relazioniamo a che serve tutta la nostra crescita, e nel mettermi in gioco ho capito che non si sta male quando si dubita dell'altro, ma quando si dubita di noi stessi, del nostro valore.
Ho acquisito conoscenza, consapevolezza e forza, eppure alle volte mi sento un'aliene, proprio un essere avulso dalla massa. E questo, nonostante tutto, ancora mi fa star male.
Poi capita che ti trovi di fronte persone che davvero hanno lottato e sputato sangue per affermare la loro "diversità", e ti senti una merda.
"Ci sono anime sulle quali viene voglia di affacciarsi come ad una finestra piena di sole!"
Ed eccoli qui i miei nuovi amici che si raccontano, si mettono a nudo senza remore ne falsi pudori. Senza ipocrisia. E ascoltano te, che sei portata a fare altrettanto.
L'apice della serata si raggiunge quando, per provare una maglia che la mia amica vuol regalarmi, tolgo disinvoltamente quella che indosso e rimango in reggiseno davanti a vassoiate di triglie, totani e gamberi fritti che mi osservano perplessi, accompagnata dal gridolino di sgomento di Davide che finge di chiudersi gli occhi, e la "OH" di stupore di Stefano , che neanche la Madonna quando si trovò davanti alla palma traboccante polposi datteri.
Ridiamo. E' tutto facile, naturale, tutto scorre via in allegria, leggerezza, spensieratezza.
Allora pensi: il "diverso" è colui che comunque dovrà lottare nella vita per affermare se stesso.
Ma ha importanza poi avere l'approvazione, l'accettazione della massa?
Assolutamente no!
Quindi ti rassegni al fatto che non puoi piacere a tutti, te ne fai una ragione e smetti di sentirtene in colpa.
Pensi che in fondo se gli altri non ti apprezzano, forse non sempre dipende solo da te. Forse magari, semplicemente, sono gli altri a non essere alla tua altezza! Con rispetto, naturalmente.
"Ho il cuore grande ma con poche stanze e pochi ospiti, preferisco così.
Chi ci entra non si sente soffocare, si sente comodo. Si sente a casa."
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