Se torno indietro con la mente, ma tanto, tanto indietro, non ho alcun dubbio nel riconoscere in Lei il mio primo, grande modello di vita e l'affetto più caro della mia infanzia.
Lei era mia nonna materna e si chiamava Annunziata, detta la Nonziatona o, in viareggino "vulgaris" : la Buo di Fero, probabilmente per la sua imponenza fisica o perché, quando radunava in casa le sua amiche per la Tombola, vinceva quasi sempre.
Io l'adoravo, forse perché le sono nata in casa (narra la leggenda che per far luce alla levatrice, in difficoltà nell'estrarre da mamma i miei cinque chili, lei con una candela le abbia strinato un orecchio) o perché lei con me non ha mai alzato la voce, o semplicemente perché, ai miei occhi di bambina, lei era mitica.
Alta, imponente, bellissima, con una bianca crocchia di capelli raccolti dietro la nuca e due grandi, profondi, vellutati occhi neri. Non ricordo di averla mai vista adirata né l'ho mai sentita lamentarsi, anzi!
Abitava col nonno Sandro, detto Sandorino per la sua costituzione minuta, nella centrale Via Cavallotti, a pochi passi dalla Misericordia che allora era un punto di ritrovo oltre che di soccorso, e dove mio padre prestava il suo aiuto come autista di ambulanze. Ma noi vi andavamo anche alla sera per seguire le prime puntate di "Lascia o raddoppia" dal televisore del salone ricreativo. La casa della nonna era freddissima. Due stanze, salottino e cucina al termine di un androne enorme da cui partiva uno scalone di granito scuro che portava alle camere del primo piano, una a destra e l'altra a sinistra, più un gabinetto annesso.
Ma poi proseguiva fino al secondo piano dove, in un altro appartamento, abitava con i figli la signora Rina, amica della nonna.
Quando dormivamo là, pur essendo in camera con mamma e papà, ero ossessionata da quel via vai di gente su e giù per le scale in comune dalle quali ci proteggeva solo una porta di legno che neanche si chiudeva tanto bene. E, come se non bastasse, mi avevano raccontato che il sottoscala, tetro e buio, celava un passaggio segreto cui si accedeva da una botola nel pavimento (che io avevo veramente visto), che conduceva direttamente a uno sbocco sul vicino mare, ed era servito, in tempo di guerra, come via di fuga.
Anche il salotto di nonna era di passaggio, ma da li transitavano solo lo zio Fulvio ( il fratello maggiore di mamma detto Catullo), la zia Tiziana, e mia cugina Anna Grazia, che abitavano in fondo all'orto della nonna in una casetta minuscola, su due piani, che io adoravo, perché la vedevo come una casa di bambole e dove, una volta grande e indipendente, avrei voluto abitare per stare vicina alla nonna.
In effetti vivere li non era molto agevole, anzi, non lo era per niente.Senza riscaldamento, senza acqua corrente, cosa che costringeva la zia a venire con un grosso secchio al rubinetto della nonna per prendere l'acqua che poi, in casa, avrebbe usato per la cucina, il lavarsi o anche solo il bere ( che l'acqua in bottiglia neanche sapevamo cos'era) attingendo da questi con un ramaiolo di rame. Scomodissima, certo, ma ai miei occhi di bambina tutto si trasformava in favola.
E nel cucinone con i fornelli a legna, quasi sempre accesi anche solo per un po' d'acqua calda, c'era lei, la mia nonna cara. Quanto bene le ho voluto, anzi, ci siamo volute, perché io ero senz'altro la sua nipote preferita.
Se mamma e papà volevano uscire e mi lasciavano da lei, io ero felice, non facevo storie. Mi rifugiavo sotto il tavolo di cucina nella cuccia che dividevo con il mio adorato Bobi, il bastardino tutto pelo bianco e marrone che mio padre aveva preso dopo la mia nascita e che viveva con la nonna. Oppure la guardavo cucinare, che era bravissima, altrimenti giocavo con lei a carte. Mi ha insegnato il Rubamonte, la Bazzica, la Scopa, la Primiera, e anche a barare segnalando le carte con i vari segni del viso.
Quando poi non c'era nessuno a farle visita, che chissà perché qualcuno arrivava sempre, allora mi raccontava dei tempi andati , della sua vita di contadina e del nonno, di come l'aveva conosciuto, di quanto fosse bellino, con due ganascine bianche e rosse come due melini e gli occhietti celesti e vivi.
E accompagnava il tutto intonando qualcuno degli stornelli che lei ben conosceva e cantava con voce forte e intonata,
Tutti nel vicinato le volevano bene ed era un punto di riferimento per tutti.
Ricordo come fosse ora una sua nipote, Anna, che piangendo venne a confessarle di essere rimasta incinta, e di temere per la reazione dei suoi. Ma la nonna la rassicurò e le dette la forza per tirare avanti a testa alta prospettandole un futuro d'amore. E così e stato.
Lei non si sgomentava mai e accorreva ovunque ci fosse bisogno, dal letto delle partorienti ( ne sa qualcosa mia cugina Liviana che mi racconta sempre come dopo la nascita di Livio, riuscì finalmente a farsi il primo sonno ristoratore solo perché del piccolo, nella nottata, si era occupata mia nonna, ) così come al capezzale dei morenti, tanto che mio zio Alfredo, il fratello più grande di mio padre, morì, malato ai polmoni, spirando tra le sue braccia.
Era forte mia nonna, energica e decisa. Ricordo che, all'inizio della bella stagione, la trovavo nell'orto sotto il bellissimo pergolato d'uva fragola, pezzuola in testa e mani tuffate in nuvole di lana o crine che lei cardava per rinfrescare le materasse. Oppure, all'ombra del grande fico, gettare acqua calda sulla cenere che ricopriva le lenzuola a mollo nel grande catino di coccio, e che lei lavava anche per altri.
In inverno ci accoglieva con scaldini ricolmi di brace cui poggiavo i piedi intirizziti e, se solo accennavo a un po' di bronchite, non c'era scampo, mi stioccava sul petto un impiastro caldo e puzzolente di semi di lino e via, la cura era fatta. Sarà a causa di quello che le tette mi sono cresciute così tanto?
Era povera la nonna, ché il nonno, per quel che ne so, non era mai stato un gran lavoratore. Ma da mangiare da lei non mancava mai, perché i suoi parenti contadini, riconoscenti di quello che lei per loro aveva fatto, le davano sempre qualcosa.
Erano una grande e numerosa famiglia i Lombardi : la Teré, la Mirella, la Silvana con la schiena piegata in due dal lavoro dei campi, Bruno di Capocchia, Raffellino detto "hai sentuto". E i pranzi festivi erano un trionfo di piatti tradizionali. Tordelli fatti in casa, il sugo di coniglio per i maccheroni, i matuffi, il pollo fritto coi carciofi e il brodo col collo ripieno della gallina e la pancetta legata col filo grosso. Era uno spettacolo poi quando , col filo tenuto tra i denti, tagliava la polenta. Non ho mai capito come facesse!
Poi tirava fuori dalla madia di cucina il suo profumatissimo pane, e da sotto l'acquaio l'immancabile fiasco del vino, che si diceva "del nostro.E come dimenticare quando arrivava dalla campagna con sulla testa una tavola appoggiata al cercine, con sopra quattro, cinque, e anche più torte di pasqua fatte da lei e poi cotte nel forno di Bruno.
Si, era povera la nonna, ma con lei anche la merenda era sempre una festa : bastavano due fette di pane con burro e zucchero, e se mancava il burro si bagnavano le fette con l'acqua e lo zucchero stava su ugualmente, o, in alternativa, un po' di olio, sale, e aceto.Ma quando le restava un soldino in tasca, mi prendeva per mano e mi portava alla pizzeria in Via Battisti,quella davanti al Centralino e mi comprava le frittelle di riso di cui ero e sono ahimè golosa. Poi mi chiedeva :"Lo voi vede' Magisti ( Maciste n. d. r. )Allora mi portava al cinema e diceva al Romboni, la maschera :"La poi fa' entrà un popò la mi nepote che vol vedè il Cine? Danni un' occhiata te eh?" E neanche lui le diceva mai di no.
Ma nonostante tutta la sua energia, la nonna non stava bene. Aveva delle ulcere nelle gambe che le arrivavano dal ginocchio fino alla caviglia. Erano terribili, enormi piaghe aperte che, non so perché, non le si chiudevano mai.Eppure l'ho ben presente davanti agli occhi quando, noi abitavamo ormai qui al Campo d'Aviazione, e lei si presentava al cancello di casa con la sua borsona nera di finta pelle, un cappottone che lei diceva di Siliski (che non ho mai capito che razza di pelo fosse), e il fedele Bobi accanto con la lingua penzoloni per la fatica. Ritta imperterrita, come se niente fosse, si era fatta tutta la strada a piedi per venire a dare una mano alla sua Pierina.Panni da lavare, da stirare, non si tirava mai indietro. Lei faceva finta di niente, ma quando alla sera si ritirava in bagno, e , sedutasi su uno sgabello, si sfasciava le gambe per medicarle, io inorridivo nel vedere quelle piaghe purulente su cui versava acqua ossigenata che ribolliva e schiumava finché, non la toglieva con il cotone per poi ricoprirla con una pomata giallastra che puzzava di zolfo. Una volta rifasciate le gambe via, era pronta a ripartire.
No, mia madre non aveva il carattere di nonna, da lei ha ereditato solo la passione per la cucina. Ma mia nonna era un'altra cosa. Analfabeta, sì, come gran parte delle persone all'epoca, ma a far di conti non la batteva nessuno. Lei era forte, sicura, non si piangeva mai addosso, non si lamentava. Una gigantessa decisa ed energica, anche se, qualche volta, l'ho vista piangere per il figlio maggiore, Fabio, emigrato in Argentina in cerca di fortuna e di cui raramente aveva avuto notizie.
Ora devo dire una cosa, io ero piccola, è vero, e tante cose non potevo capirle, ma io lo leggevo il suo dolore quando ne parlava con la mamma, e notavo ogni tanto il suo sguardo perso nel nulla quando si rannicchiava nel suo scialle vicino al fuoco, con in mano il "caldanino". Sono certa, non so perché, che il suo pensiero in quel momento arrivasse là, oltre oceano, inseguendo il ricordo di quel figlio lontano.
Anche per questo, per la sua sofferenza palesata senza alcun pudore,ho tanto amato mia nonna e la amo tutt'ora.
E' morta che io avevo quattordici anni e facevo le scuole medie.Una volta ogni tanto, quando uscivo da scuola, andavo in bici a trovarla e mangiavo con lei che, con il nonno ormai semi infermo, non usciva quasi più di camera e cucinava su un fornellino a gas.
"E' qualche giorno che non sto bene" mi disse. "Ho sempre un mal di testa che non mi passa neanche con lAspro, e il mangiare mi cresce in bocca.
Io non ci feci caso più di tanto e la salutai promettendole di tornare presto. Fu l'ultima volta che la vidi.
Due giorni dopo, tornando da scuola, la mamma mi disse che la nonna era morta, che le si era staccato un embolo.Io non ci capii niente, neanche sapevo cos'era un embolo. Ma ricordo perfettamente il dolore forte che provai, come una pugnalata in mezzo al petto. Il mio primo confronto con la morte, e se ci penso quel dolore lo sento ancora.
L'ho amata tanto, mi è mancata tanto, e l'ho invocata talmente tanto e tanto spesso che una volta, molti anni dopo ormai sposa e madre, nel mezzo di una notte non proprio serena, l'ho vista bene, seduta ai piedi del mio letto, che mi sorrideva rassicurante. Poi si è alzata e, carezzandomi il viso, mi ha sorriso come a dire: tranquilla, io sono con te!
Io quella carezza l'ho sentita davvero, e non m'importa niente se qualcuno non ci crede. Così come non m'importa niente di chi può pensare di lei diversamente da me. Non si deve tradire la memoria delle persone.
" Insinonnoe la vita che d'è!" direbbe se fosse viva.
Lei mi dava sicurezza, era la mia nonnona e guai a chi me la tocca.
Ho scritto questo anche per mio fratello, che essendo più piccolo, si è lamentato di ricordarla poco.
Ricordala Duilio, ricordala così come io te l'ho descritta perché lei, che ci voleva tanto bene, indubbiamente lo merita.
Quando, nella sua forza inesauribili,
la Natura, ogni giorno nuovi figli
mostruosi concepiva, avrei voluto
vivere accanto ad una gigantessa
giovane, come un gatto voluttuoso
di una regina ai piedi. Avrei voluto
veder con la sua anima fiorire
il suo corpo, e crescere, spontaneo
in terribili giochi; indovinare
se il suo cuore una fosca fiamma covi
dalle umide nebbie fluttuanti
dentro i suoi occhi, le sue forme splendide
percorrere, scalare, arrampicato,
il pendio delle sue ginocchia enormi,
e talvolta, d'estate, quando i soli
malsani la costringono a distendersi,
stanca, attraverso la campagna, all'ombra
dei suoi seni dormire pigramente
come ai piedi di un monte un quieto tetto.
La Gigantessa di Charles Baudelaire
venerdì 7 marzo 2014
lunedì 3 marzo 2014
Basta poco....(Perché amo Febbraio)..
E se altro non fosse
che una spia di cielo
tra voli di magnolie
o una goccia di giallo
sul nero velluto
di un merlo
.............
un gioco di sole
nelle palpebre chiuse
per rinascere dal mare.
Perla
Amo febbraio. Lo so, suona strano, perché siamo nel "crudo del'inverno" e le temperature sono, in linea di massima, le più basse della stagione. Ma questo è un mese vivo, frizzante, allegro certo più del malinconico novembre, dello stressante dicembre o del tedioso gennaio.
Quando arrivi a febbraio ti sembra che il più sia passato, è come aver scollettato il monte, ti senti in discesa.
Anche se impercettibilmente le giornate si allungano, hanno un'altra luce, e gli uccelli riprendono i loro melodiosi canti.
Febbraio è anche il mese in cui sono nata, il mese dell'Acquario, fatto di persone ottimiste,
altruiste, tutte protese verso il futuro e verso il prossimo.( Sembra, al contrario di quel che si pensa, fosse anche il mese di Gesù, o almeno così ho letto in più di un libro.)
E' anche il mese in cui la terra si risveglia dal suo torpore e sulle piante esplodono le prime gemme. E poi, tra un soffio di libeccio e una manciata di coriandoli, arriva Re Carnevale, e l'atmosfera si riempe di canti, frizzi e lazzi.
Puoi anche non aver voglia di partecipare alla follia collettiva, ma la musica è nell'aria e ti coinvolge, non c'è niente da fare. Basta poco, una spruzzata di sole tra una nuvola e l'altra, e Viareggio, come me, si risveglia.
Sì, indubbiamente il febbraio vissuto su questi lidi ha un che di particolare, ma se siamo stati fortunati a nascere qui mica è colpa nostra.
E poco importa se, approfittando di un po' di sereno tra un acquazzone e l'altro, sono qui in giardino a tendere il bucato e i si congelano le chiappe, lo so che questo è un mese "corto e maledetto", ma ha di bello che dura poco.
Tra poco arriverà marzo matto che libererà il sole di prigionia e il cuore acquisterà un nuovo battito. Si vive sempre nella speranza del meglio, facendosi bastare il poco tirando avanti anche con niente, Anche la mia Viareggio è così, frivola, estroversa, timida e rabbiosa, giocosa e blasfema,Ma vuole essere amata.
Viareggio mi assomiglia.
E' come una donna:
La vuoi dolce, perversa,
con i jeans o la gonna,
timida o estroversa?
E' pudica e villana,
è vanesia e pensosa,
è suadente e ruffiana,
avvincente ed odiosa.
Se t'immergi da solo
nei profumi ch'effonde,
trovi ad ovest il molo
tra gli effluvi dell'onde.
Dagli ombrosi ritrovi
fatti pure incantare,
ma dopo i pini ed i rovi
t'affacci ancora sul mare .
Che Viareggio ti piaccia
o ti disponga al rancore'
basta aprire le braccia
e ti entra nel cuore.
Perla
lunedì 10 febbraio 2014
La voce del silenzio
Quando al mattino mi ritrovo da sola in casa a fare le mie cose con la calma e la forza che i miei mezzi fisici mi consentono, è per me un momento di ritempramento e di grande relax mentale.
Non l'avrei mai creduto, ma il silenzio e la solitudine sono di grande compagnia per chi, come me, ha il cervello in continuo movimento. Il corpo è pesante, ma la mente non ha confini né di spazio, né di tempo, e può vagare libera dove vuole saltellando tra un ricordo, un progetto, una speranza.
Ma ci sono cose che , quando accadono, poi non ti lasciano più sola, e ti si insinuano dentro costringendoti a pensare a quello e solo a quello. E la voce del silenzio diventa assordante.
Stamani mi è successo proprio così, non riesco a staccare la testa dal pensiero di Dino e del suo andarsene così repentino e discreto, proprio "in punta di piedi ", come ha sempre vissuto.
Sì, il grande vecchio se n'è andato venerdì mattina, in fretta e furia quasi avesse un appuntamento cui, questa volta, non avrebbe proprio potuto mancare.
"C'erto l'età c'era!" si potrà dire. Ma chi se ne frega dell'età. Dino era sempre attivo, nel corpo e nella mente. Lui faceva progetti ed era presente nel suo tempo come a volte neanche un giovane riesce ad esserlo. E non perdeva un colpo.
Un po' di tempo fa mi telefonò per ringraziarmi di quello che avevo scritto per lui, e mi trovò un po' giù di corda...: " Ma quante parole c'hai messo, o quante ne conosci?" mi chiese.
"Caro Dino, con te è facile. Sono curiosa di vedere cosa scriveranno di me quando non ci sarò più,"
"Eh! Bisogna vedere cosa hai seminato." mi rispose lui laconico.
"Non credo di essere stata tanto brava, visto quello che ho raccolto". Ed entrambi sapevamo bene a cosa mi riferivo.
"Ma sai, diciamo che il raccolto dipende da tante cose....dalla qualità del seme, dal terreno, dal concime, e a volte, se anche va bene, arriva la bufera e ti butta all'aria tutto. Mica sempre è colpa tua!"
Cavoli! Una metafora come lezione di vita per alleviare il peso di un senso di responsabilità esagerato. Solo uno che conosceva bene la vita come lui avrebbe potuto sollevarmi in quel momento.
Attento, acuto, brillante... negli ultimi tempi era diventato il confidente della mia Daniela e le ha regalato le sue ultime perle di saggezza. Perché non gli sfuggiva niente e anche se la sua discrezione e la sua educazione lo facevano stare in disparte, non era certo perché non avesse una sua opinione su tutto.
No, sono sicura che non avesse tutta questa fretta di andarsene, ma quando sopraggiunge l'"Indesiderata delle Genti" non puoi non rispondere all'appello.
Ed ora eccolo lì, elegante nella sua camicia rosa e lo spezzato grigio, distinto e sereno come ha sempre vissuto. Sembra dormire il sonno dei giusti.
In fondo...che cos'è il morire se non giacere nudi nel vento e disciogliersi nel sole? E che cos'è questo cessare di respirare se non liberare il respiro dalle sue incessanti maree, di modo che esso possa infine elevarsi ed espandersi e spaziare, senza più intralci, alla ricerca di Dio?
k. Gibran
Mi mancherai Dino, così come può mancare un padre, un confidente, un vero amico. Mancherai a tutti, perché con il tuo andar via sparisce un epoca, l'epoca della forza al servizio degli altri, della saggezza e della galanteria.
E a chi ti ha tanto amato, ma in special modo ai tuoi due figli, rimasti persi ed allibiti nell'assenza di te, sono certo che tu, se solo potessi, regaleresti questa poesia...
Se mi ami non piangere
Se conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
questi orizzonti immensi senza fine,
questa luce che tutto investe e penetra,
non piangeresti se mi ami.
Sono ormai assorbito nell'incanto di Dio,
nella sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono piccole al confronto!
Mi è rimasto l'amore per te,
una tenerezza immensa che tu neppure immagini.
Vivo in una gioia purissima.
Nelle angustie del tempo pensa a questa casa
ove un giorno saremo riuniti oltre la morte
dissetati alla fonte inestinguibile della gioia
e dell'amore infinito.
Non piangere se veramente mi ami. (San Agostino)
Addio Dino, ti voglio tanto bene.
lunedì 30 dicembre 2013
Un Buon Anno speciale...
Un augurio alle persone care è , penso, talmente ovvio e scontato che rischia quasi di diventare banale. Per cui diamolo per fatto e andiamo oltre.
Che questo non sia il migliore dei mondi possibili lo sappiamo bene, è sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che è il nostro mondo, quello che noi creiamo giorno dopo giorno.
Si dice che per far sì che il male trionfi non serve agire negativamente, basta limitarsi a non fare il bene.
Per questo il mio pensiero va alle persone di "fede", a quelle che vivono con coraggio, che non si rassegnano.
Mi permetto quindi di volare un po' più in alto e di racchiudere in un saluto augurale quei pochi che hanno fatto sì che questo anno trascorso non fosse un tempo buttato via.
Nel ringraziare quelle poche che sono riuscite a spezzare le catene, voglio fare un augurio a tutte le donne che vivono quotidianamente abusi e violenze fisiche e psicologiche. Vorrei che trovassero la forza di chiudere, di dire basta. Chiunque usa violenza su un altro essere non è degno di dedizione. Chi alza le mani e ti picchia non ti ama, ti usa per scaricare le proprie frustrazioni e non è degno di essere chiamato "uomo".
Ecco, auguro a tutte loro di trovare il coraggio di ribellarsi, di denunciare, perché certe persone non cambieranno mai, ma voi avete diritto a molto di più di quanto siete in grado di sopportare.
E voglio fare un augurio a quei poliziotti che, durante gli ultimi cortei di protesta, hanno tolto i loro caschi e abbassato gli scudi in segno di solidarietà con i dimostranti. Evidentemente hanno capito, LORO.
No, non voglio far politica né demagogia, ma solo prendere la cosa per quello che è, una umana presa di coscienza. Non ribellione, non sovversivismo, ma la consapevolezza, finalmente, che in una guerra tra poveri chi ci guadagna è solo "il potere".
Voglio permettermi anche di fare un augurio a tutti quegli immigrati che arrivano qui per farsi un futuro, una famiglia, per lavorare cercando con noi di migliorare questa Italietta meschina e retrograda. A tutti quelli che non ci portano disordini e violenza, ma diversità culturali per arricchire le nostre conoscenze, per allargare i nostri orizzonti.
Un augurio speciale voglio farlo ai genitori bloccati con i loro bambini in Congo, classico esempio della meschinità umana e di quanto sia difficile anche riuscire a fare del bene. Voglio farlo a tutte quelle persone coinvolte nel "caso stamina", che lottano quotidianamente per il diritto ad una scelta di vita, che dovrebbe essere principio fondamentale della nostra Costituzione. Vorrei dir loro di non mollare e di continuare a credere, anche nei miracoli. Perché, in fondo, la speranza non ha mai ucciso nessuno.
E in ultimo vorrei fare un augurio a questo Papa, Francesco, che non ho ancora ben capito se c'è o ci fa, ma così come si presenta a me piace tanto!
Questo moderno Don Camillo riesce, con la sua semplicità, a farci tornare a "credere".A farci pensare ad una Chiesa d'accoglienza, di soccorso, di misericordia e d'amore. Riesce a farci sperare in un epurazione morale ed etica dell'Istituto Ecclesiastico. Ci prospetta, forse, un ritorno a quelli che erano i veri fondamenti della Cristianità. E che il Cielo ( ma più che altro chi gli è vicino fisicamente) lo proteggano sempre e lo aiutino nella sua missione di pace.
Ecco, finisco qui, con una speranza di pace.
Vorrei davvero che i miei auguri arrivassero ai destinatari. Vorrei davvero che i buoni esempi cominciassero ad espandersi a macchia d'olio sopraffacendo, piano piano, tutto il male del mondo.
Retorica? Utopia? E chi lo sa!
A me piace pensare che, prima o poi, i valori veri torneranno per ognuno di noi. Non se ne può fare a meno. Perché ritengo che questa umanità, per poter andare avanti, abbia davvero bisogno di fare qualche passo indietro.
Un buon anno a tutti, di cuore.
Che questo non sia il migliore dei mondi possibili lo sappiamo bene, è sotto gli occhi di tutti. Ma è anche vero che è il nostro mondo, quello che noi creiamo giorno dopo giorno.
Si dice che per far sì che il male trionfi non serve agire negativamente, basta limitarsi a non fare il bene.
Per questo il mio pensiero va alle persone di "fede", a quelle che vivono con coraggio, che non si rassegnano.
Mi permetto quindi di volare un po' più in alto e di racchiudere in un saluto augurale quei pochi che hanno fatto sì che questo anno trascorso non fosse un tempo buttato via.
Nel ringraziare quelle poche che sono riuscite a spezzare le catene, voglio fare un augurio a tutte le donne che vivono quotidianamente abusi e violenze fisiche e psicologiche. Vorrei che trovassero la forza di chiudere, di dire basta. Chiunque usa violenza su un altro essere non è degno di dedizione. Chi alza le mani e ti picchia non ti ama, ti usa per scaricare le proprie frustrazioni e non è degno di essere chiamato "uomo".
Ecco, auguro a tutte loro di trovare il coraggio di ribellarsi, di denunciare, perché certe persone non cambieranno mai, ma voi avete diritto a molto di più di quanto siete in grado di sopportare.
E voglio fare un augurio a quei poliziotti che, durante gli ultimi cortei di protesta, hanno tolto i loro caschi e abbassato gli scudi in segno di solidarietà con i dimostranti. Evidentemente hanno capito, LORO.
No, non voglio far politica né demagogia, ma solo prendere la cosa per quello che è, una umana presa di coscienza. Non ribellione, non sovversivismo, ma la consapevolezza, finalmente, che in una guerra tra poveri chi ci guadagna è solo "il potere".
Voglio permettermi anche di fare un augurio a tutti quegli immigrati che arrivano qui per farsi un futuro, una famiglia, per lavorare cercando con noi di migliorare questa Italietta meschina e retrograda. A tutti quelli che non ci portano disordini e violenza, ma diversità culturali per arricchire le nostre conoscenze, per allargare i nostri orizzonti.
Un augurio speciale voglio farlo ai genitori bloccati con i loro bambini in Congo, classico esempio della meschinità umana e di quanto sia difficile anche riuscire a fare del bene. Voglio farlo a tutte quelle persone coinvolte nel "caso stamina", che lottano quotidianamente per il diritto ad una scelta di vita, che dovrebbe essere principio fondamentale della nostra Costituzione. Vorrei dir loro di non mollare e di continuare a credere, anche nei miracoli. Perché, in fondo, la speranza non ha mai ucciso nessuno.
E in ultimo vorrei fare un augurio a questo Papa, Francesco, che non ho ancora ben capito se c'è o ci fa, ma così come si presenta a me piace tanto!
Questo moderno Don Camillo riesce, con la sua semplicità, a farci tornare a "credere".A farci pensare ad una Chiesa d'accoglienza, di soccorso, di misericordia e d'amore. Riesce a farci sperare in un epurazione morale ed etica dell'Istituto Ecclesiastico. Ci prospetta, forse, un ritorno a quelli che erano i veri fondamenti della Cristianità. E che il Cielo ( ma più che altro chi gli è vicino fisicamente) lo proteggano sempre e lo aiutino nella sua missione di pace.
Ecco, finisco qui, con una speranza di pace.
Vorrei davvero che i miei auguri arrivassero ai destinatari. Vorrei davvero che i buoni esempi cominciassero ad espandersi a macchia d'olio sopraffacendo, piano piano, tutto il male del mondo.
Retorica? Utopia? E chi lo sa!
A me piace pensare che, prima o poi, i valori veri torneranno per ognuno di noi. Non se ne può fare a meno. Perché ritengo che questa umanità, per poter andare avanti, abbia davvero bisogno di fare qualche passo indietro.
Un buon anno a tutti, di cuore.
giovedì 12 dicembre 2013
Mi permetto di insistere...
E tanto per restare in tema, tra poco sarà Natale, la festa più attesa e amata, ma anche la più criticata e vituperata...., ed è proprio ai detrattori di questa che vorrei, sempre con affetto e tolleranza naturalmente, rivolgere due righe.
Sento spesso dire: -festa di merda..fiera della falsità ..la giornata dell'ipocrisia...e via discorrendo.
Ora, lungi da me il giudicare, ché ognuno è libero di pensarla come vuole, ci mancherebbe, ma perché accanirsi contro la "festività" in sé per sé? Perché non soffermarsi invece a considerare il Natale per quello che realmente è, per ciò che rappresenta?
Siamo atei e non ci interessa il significato religioso? Benissimo. Vediamolo come un periodo breve, una piccola pausa nel gelo dell'inverno in cui potersi ritrovare, stare assieme e , perché no, concedersi quelle piccole trasgressioni di gola cui non sempre possiamo lasciarci andare.
Sì, è melassa, è vero. Perché c'è gente che ha perso la casa, che ha perso il lavoro. Ne so qualcosa, credetemi. Ma sentire un po' piu forte in quei giorni la solidarietà e l'amore della gente può fare male?Non credo proprio.
Siamo senza una lira e non possiamo fare regali? Anche questo mi pare un deja-vu! Ma sono davvero necessari o abbiamo esagerato un po' negli ultimi anni dando troppo ascolto alle campane del consumismo? Un regalo, se proprio ci serve per testimoniare il nostro affetto a qualcuno si può sempre inventare, creare. Basta un po' di fantasia e un po' di cuore. E alle volte basta anche solo una parola, un "se vuoi io sono qui".
E' vero, il Natale è ogni anno di più il ricordo delle grandi assenze. Ma perché, negli altri periodi dell'anno si pensa forse di meno ai nostri cari? Forse la loro mancanza è meno sentita? Certamente no. O almeno per me non è così:
Dunque, lasciamoci coinvolgere con serenità dalla ricorrenza. Si sa, un anno può essere più serena, un'altro meno.Ma se ci si pone di fronte ad essa con onesta intellettiva, sarà sempre un momento positivo, perché essere onesti vuol dire accettare anche le cose meno piacevoli. Vuol dire accettare le scelte altrui quali che siano, perché la vera democrazia consiste nel " consenso del dissenso ".
Io credo che, molto più del legame di sangue, quello che può e deve tenere veramente unita una famiglia è forse proprio quello del reciproco rispetto e della gioia per l'altrui serenità.
Credo fermamente che vede l'ipocrisia chi è ipocrita o si comporta come tale. Così come conosce la falsità chi la falsità pratica abitualmente.
Per quel che mi riguarda, so per certo che tutto questo non mi appartiene.
Quindi, come sempre, addobberò la mia casa e apparecchierò , nei limiti del mio possibile, per chiunque vorrà condividere la mia tavola.
Ma il mio "Buon Natale" sarà rivolto comunque di cuore anche a chi sceglierà di festeggiarlo altrimenti.
A me basterà trovare sotto l'albero, come strenne, le risate gaie delle mie bambine, la freschezza e la spontaneità della mia piccolina, un po' di serenità, finalmente , per i miei figli, e tanta speranza in più per tutti i giovani.
A noi vecchietti non resta che sperare in un po' di salute.
Auguro a tutti uno schietto, onesto, vero, sincero Buon Natale e, tanto per citare la mia amica Perla che ho sempre nel cuore ( a proposito, guarda che io metto un piatto in più)...
che la festa vi sorprenda, regalandovi cose che non sapevate di desiderare!
Sento spesso dire: -festa di merda..fiera della falsità ..la giornata dell'ipocrisia...e via discorrendo.
Ora, lungi da me il giudicare, ché ognuno è libero di pensarla come vuole, ci mancherebbe, ma perché accanirsi contro la "festività" in sé per sé? Perché non soffermarsi invece a considerare il Natale per quello che realmente è, per ciò che rappresenta?
Siamo atei e non ci interessa il significato religioso? Benissimo. Vediamolo come un periodo breve, una piccola pausa nel gelo dell'inverno in cui potersi ritrovare, stare assieme e , perché no, concedersi quelle piccole trasgressioni di gola cui non sempre possiamo lasciarci andare.
Sì, è melassa, è vero. Perché c'è gente che ha perso la casa, che ha perso il lavoro. Ne so qualcosa, credetemi. Ma sentire un po' piu forte in quei giorni la solidarietà e l'amore della gente può fare male?Non credo proprio.
Siamo senza una lira e non possiamo fare regali? Anche questo mi pare un deja-vu! Ma sono davvero necessari o abbiamo esagerato un po' negli ultimi anni dando troppo ascolto alle campane del consumismo? Un regalo, se proprio ci serve per testimoniare il nostro affetto a qualcuno si può sempre inventare, creare. Basta un po' di fantasia e un po' di cuore. E alle volte basta anche solo una parola, un "se vuoi io sono qui".
E' vero, il Natale è ogni anno di più il ricordo delle grandi assenze. Ma perché, negli altri periodi dell'anno si pensa forse di meno ai nostri cari? Forse la loro mancanza è meno sentita? Certamente no. O almeno per me non è così:
Dunque, lasciamoci coinvolgere con serenità dalla ricorrenza. Si sa, un anno può essere più serena, un'altro meno.Ma se ci si pone di fronte ad essa con onesta intellettiva, sarà sempre un momento positivo, perché essere onesti vuol dire accettare anche le cose meno piacevoli. Vuol dire accettare le scelte altrui quali che siano, perché la vera democrazia consiste nel " consenso del dissenso ".
Io credo che, molto più del legame di sangue, quello che può e deve tenere veramente unita una famiglia è forse proprio quello del reciproco rispetto e della gioia per l'altrui serenità.
Credo fermamente che vede l'ipocrisia chi è ipocrita o si comporta come tale. Così come conosce la falsità chi la falsità pratica abitualmente.
Per quel che mi riguarda, so per certo che tutto questo non mi appartiene.
Quindi, come sempre, addobberò la mia casa e apparecchierò , nei limiti del mio possibile, per chiunque vorrà condividere la mia tavola.
Ma il mio "Buon Natale" sarà rivolto comunque di cuore anche a chi sceglierà di festeggiarlo altrimenti.
A me basterà trovare sotto l'albero, come strenne, le risate gaie delle mie bambine, la freschezza e la spontaneità della mia piccolina, un po' di serenità, finalmente , per i miei figli, e tanta speranza in più per tutti i giovani.
A noi vecchietti non resta che sperare in un po' di salute.
Auguro a tutti uno schietto, onesto, vero, sincero Buon Natale e, tanto per citare la mia amica Perla che ho sempre nel cuore ( a proposito, guarda che io metto un piatto in più)...
che la festa vi sorprenda, regalandovi cose che non sapevate di desiderare!
venerdì 6 dicembre 2013
E se invece....
Una delle convinzioni più radicate in me è che Dio sia donna, anche perché spesso ci toccano le stesse mansioni, una delle quali è "cercare di mettere ordine là dove regna il caos".
Così, mentre cercavo di risistemare chili di cartacce dal cassetto di mio marito, mi sono imbattuta nelle sue vecchie foto, quelle stesse che già, sempre io, gli avevo riordinato in ordine cronologico e raccomandato di raccogliere in un album. (Ma quanto fiato ho sprecato io nella mia vita?)
D'un tratto "boom", eccola qua che salta fuori dal mucchio la foto di "Lui", e il cuore dà un balzo accelerando i battiti.
Ma come, dopo tutti questi anni ancora mi emoziona? Sembra assurdo, ma è come se quella foto mi si fosse attaccata alle dita....ed io torno indietro.....a tanto tempo fa.....quando ero una ragazza e.....
.....Facevo atletica allo Stadio dei Pini, ma i giocatori del Viareggio già li conoscevo perché avevano soggiornato qui, all'angolo della mia strada, al "Pioniere".
Lui però, tra tutti, è stato il primo che ho invitato a casa mia, il primo a far parte della mia vita.
Si chiamava Remo e veniva da Bologna.
Tra tanti calciatori di quel periodo era, indubbiamente, uno dei più bravi e più seri, il vero perno della squadra.
Viaggiava su un GT sportivo color polenta e aveva il fascino un po' schivo della persona piuttosto chiusa, da buon Capricorno. Un Hanphry Bogart emiliano che, con la sigaretta tra le dita, un mezzo sorriso e quella esse strascinata tipica delle sue parti, aveva di certo un suo perché.
Io lo trovavo affascinante, e la prima volta che lo incontrai da solo, sul moletto in darsena, non ci pensai due volte a chiedergli di venire a cena da noi. E lui accettò.
Da li in poi è stato un crescendo in amicizia. I miei gli volevano bene come a un figlio, e lui ne voleva a loro.
Sì, sulla sua scia altri hanno preso a frequentare casa, compresi Sergio (che ho sposato), Nello (che ancora è amico caro), e Alberto (ancora nei nostri cuori). Ma lui è stato il primo, come il gianduiotto Ferrero.
Mio fratello lo adorava, e quando ha avuto dei problemi di salute, lui non ha esitato un attimo a portarselo a casa sua il Duvilio, come lo chiamava, in quel di San Lazzaro di Savena, per fargli cambiare aria e consentirgli una lesta convalescenza.
Era un ragazzo dal cuore d'oro Remo, buono e generoso come la sua terra. Semplice, onesto, e ..fidanzato.
Lei era una brunetta tutta pepe, alta come un soldo di cacio, ma frizzante come un bicchiere di gazzosa ( sì, perché lo champagne poco si addiceva al suo essere estremamente di sinistra.)
Mora, sempre sorridente, simpaticamente spregiudicata, fortemente politicizzata.
Me la fece conoscere e diventammo subito amiche, sul serio.
Io la ammiravo per il suo essere decisa e fortemente emancipata, e quando la squadra giocava in casa, lei arrivava al sabato mattina, dormiva da me, e ripartiva con lui dopo la partita. Ci raccontavamo tante cose, io del mio ragazzo (ché anche io ne avevo uno, cosa vi credete?) e lei di lui, di quanto fortemente l'avesse voluto appena conosciuto, e di quanto fosse importante nella sua vita di ragazza figlia di genitori separati.. E tutto questo durò per mesi e mesi.
Non so quando le cose cambiassero tra me e Remo, ma successe.
La mia storia svaniva piano piano, e la sua presenza era sempre più assidua, sempre più coinvolgente. Veniva qui spesso, parlavamo tanto. Lui si preoccupava per me, per il mio altercare sempre più acceso con mio padre, per il mio piangere spesso, per la mia scontentezza, le mie insofferenze da adolescente. Il bisogno di lui mi stava crescendo dentro piano piano. E più lui si faceva per me importante, più lei si allontanava. Ma io non me ne rendevo conto.
In cerca di un amore grande che non mi facesse soffrire, non mi accorsi che l'amore vero, il più importante e maturo, io l'avevo accanto. Non lo seppi riconoscere.
E una sera che i miei erano accorsi al capezzale della nonna, ed io ero sola a casa con i miei fratelli, lui si offrì di tenerci compagnia...e l'amore sbocciò!
Non ricordo neanche come successe che ci ritrovammo abbracciati su quel divano del salotto, davanti al televisore acceso.
So solo che mi ero rannicchiata tra le sue braccia forti, sperduta, completamente persa in quella sensazione di benessere e sicurezza che lui mi donava, in quel torpore caldo e umido che mi fecero completamente partire di testa.
Saremmo certamente andati oltre se, seduto in poltrona davanti a noi, non ci fosse stato mio fratello che, di andarsene a letto, proprio non voleva saperne. Doveva "per forza" finire di vedere il programma che staqva seguendo. E una volta saliti di sopra, ormai ero tornata in me.
Lui ci provò ancora, venendo in camera dei miei, dove dormivo accanto al lettino di mia sorella, ancora molto piccola. Ma io, temendo che lei si svegliasse, lo respinsi.
Una vita intera condizionata dai miei fratelli! Ma non solo.
Quella ragazza troppo stupida che ero, si faceva troppi scrupoli: la fiducia tradita dei miei, la mancanza di rispetto per la ragazza di lui, il mio "essere promessa" ad un altro. Che cretina! Altro che donna matura ed emancipata. Volevo essere per forza la donnina perfetta che mio padre avrebbe potuto ammirare.
Immatura e superficiale, nei miei vent'anni dedicati al non voler deludere gli altri, non avevo capito ne riconosciuto l'opportunità grande che avevo per le mani.Ne ho stupidamente trascurato i segnali così ho buttato via una cosa bella sprecando forse la più bella occasione della mia vita.
Tenevo una gemma tra le dita.
Me ne andai a dormire.
Il giorno era tiepido,
i venti erano banali,
dissi "Si serberà"
Mi svegliai
e sgridai le mie dita innocenti.
La gemma era scomparsa.
E ora, una memoria di Ametista
è quanto mi è rimasto.
E.D.
Lui piano piano si è allontanato, forse pensando di non essere voluto. Dopo qualche tempo lei, che era senz'altro molto più furba e matura di me, rimase in cinta, e così si sposarono.
Io, dal canto mio,feci la mia scelta, quella che ritenevo più giusta, e mi sposai un po' di tempo dopo.
Loro non vennero al mio matrimonio. Senz'altro a lei che aveva capito, stavo un po' sulle scatole. Ma so che lui, quando quella mattina in albergo incontrò la Paola e il Nello che venivano da me, disse che quello sarebbe stato "il giorno più brutto della sua vita".
Così ci siamo persi di vista.
E' tornato qui una sola volta, alla morte di mio padre. Ma, lui chiuso nel suo imbarazzo, ed io nel mio dolore, non siamo stati capaci di "ritrovarci".
Mio padre diceva sempre:-Meglio avere rimorsi che rimpianti!-
Ecco, lui è senz'altro, il più grosso rimpianto della mia vita.
Non posso sapere cosa sarebbe stato di noi se avessi seguito il mio cuore anziché la mia testa. Se quella volta mi fossi lasciata andare, se gli avessi detto almeno una volta quanto avevo bisogno di lui, se avessi anteposto i miei desideri al rispetto per gli altri e avessi pensato un po' più a me stessa.
Purtroppo tutto questo non conta più, indietro non si torna.
Ma io l'ho sempre tenuto nel cuore, celato in quell'angolino segreto cui solo una volta ogni tanto si può avere accesso, per quell'istinto remoto risvegliato da ujn profumo, una musica, o una vecchia fotografia.
Annullare il presente
e riscoprire i tuoi passi
padrona del tuo passato,
per scoprire infine
dov'è che ti nascondi.
Come fossi l'aria
e non ti fai respirare.
Come acqua tra le dite
te ne scivoli via,
e ancora è sete di te.
Perla
Dedico questo salto nel passato alla mia amica di sempre Paola, che un bel tuffo dal trampolino sta per farlo davvero e so che è un po' spaventata.
Allora viglio dirle: ti ricordi i primi tempi che venivi al mare e , non sapendo nuotare, avevi paura dell'acqua?
Bene, col tempo hai imparato e hai cominciato a lasciarti andare. Ecco, fai la stessa cosa, lasciati andare all'onda che viene. E' grande e può far paura, ma se te ne lasci sollevare senza far resistenza e irrigidirti, come niente ti ritroverai dall'altra parte.
E se anche un po' dovesse sciamblottarti, non temere, sempre a riva ti porterà, e lì, seduta su un patino, bella come la Sirenetta di Andersen, ci sarà la tua amica salmastrosa. Ad aspettarti come sempre!
Un bacione e ...a presto.
Alfry.
Così, mentre cercavo di risistemare chili di cartacce dal cassetto di mio marito, mi sono imbattuta nelle sue vecchie foto, quelle stesse che già, sempre io, gli avevo riordinato in ordine cronologico e raccomandato di raccogliere in un album. (Ma quanto fiato ho sprecato io nella mia vita?)
D'un tratto "boom", eccola qua che salta fuori dal mucchio la foto di "Lui", e il cuore dà un balzo accelerando i battiti.
Ma come, dopo tutti questi anni ancora mi emoziona? Sembra assurdo, ma è come se quella foto mi si fosse attaccata alle dita....ed io torno indietro.....a tanto tempo fa.....quando ero una ragazza e.....
.....Facevo atletica allo Stadio dei Pini, ma i giocatori del Viareggio già li conoscevo perché avevano soggiornato qui, all'angolo della mia strada, al "Pioniere".
Lui però, tra tutti, è stato il primo che ho invitato a casa mia, il primo a far parte della mia vita.
Si chiamava Remo e veniva da Bologna.
Tra tanti calciatori di quel periodo era, indubbiamente, uno dei più bravi e più seri, il vero perno della squadra.
Viaggiava su un GT sportivo color polenta e aveva il fascino un po' schivo della persona piuttosto chiusa, da buon Capricorno. Un Hanphry Bogart emiliano che, con la sigaretta tra le dita, un mezzo sorriso e quella esse strascinata tipica delle sue parti, aveva di certo un suo perché.
Io lo trovavo affascinante, e la prima volta che lo incontrai da solo, sul moletto in darsena, non ci pensai due volte a chiedergli di venire a cena da noi. E lui accettò.
Da li in poi è stato un crescendo in amicizia. I miei gli volevano bene come a un figlio, e lui ne voleva a loro.
Sì, sulla sua scia altri hanno preso a frequentare casa, compresi Sergio (che ho sposato), Nello (che ancora è amico caro), e Alberto (ancora nei nostri cuori). Ma lui è stato il primo, come il gianduiotto Ferrero.
Mio fratello lo adorava, e quando ha avuto dei problemi di salute, lui non ha esitato un attimo a portarselo a casa sua il Duvilio, come lo chiamava, in quel di San Lazzaro di Savena, per fargli cambiare aria e consentirgli una lesta convalescenza.
Era un ragazzo dal cuore d'oro Remo, buono e generoso come la sua terra. Semplice, onesto, e ..fidanzato.
Lei era una brunetta tutta pepe, alta come un soldo di cacio, ma frizzante come un bicchiere di gazzosa ( sì, perché lo champagne poco si addiceva al suo essere estremamente di sinistra.)
Mora, sempre sorridente, simpaticamente spregiudicata, fortemente politicizzata.
Me la fece conoscere e diventammo subito amiche, sul serio.
Io la ammiravo per il suo essere decisa e fortemente emancipata, e quando la squadra giocava in casa, lei arrivava al sabato mattina, dormiva da me, e ripartiva con lui dopo la partita. Ci raccontavamo tante cose, io del mio ragazzo (ché anche io ne avevo uno, cosa vi credete?) e lei di lui, di quanto fortemente l'avesse voluto appena conosciuto, e di quanto fosse importante nella sua vita di ragazza figlia di genitori separati.. E tutto questo durò per mesi e mesi.
Non so quando le cose cambiassero tra me e Remo, ma successe.
La mia storia svaniva piano piano, e la sua presenza era sempre più assidua, sempre più coinvolgente. Veniva qui spesso, parlavamo tanto. Lui si preoccupava per me, per il mio altercare sempre più acceso con mio padre, per il mio piangere spesso, per la mia scontentezza, le mie insofferenze da adolescente. Il bisogno di lui mi stava crescendo dentro piano piano. E più lui si faceva per me importante, più lei si allontanava. Ma io non me ne rendevo conto.
In cerca di un amore grande che non mi facesse soffrire, non mi accorsi che l'amore vero, il più importante e maturo, io l'avevo accanto. Non lo seppi riconoscere.
E una sera che i miei erano accorsi al capezzale della nonna, ed io ero sola a casa con i miei fratelli, lui si offrì di tenerci compagnia...e l'amore sbocciò!
Non ricordo neanche come successe che ci ritrovammo abbracciati su quel divano del salotto, davanti al televisore acceso.
So solo che mi ero rannicchiata tra le sue braccia forti, sperduta, completamente persa in quella sensazione di benessere e sicurezza che lui mi donava, in quel torpore caldo e umido che mi fecero completamente partire di testa.
Saremmo certamente andati oltre se, seduto in poltrona davanti a noi, non ci fosse stato mio fratello che, di andarsene a letto, proprio non voleva saperne. Doveva "per forza" finire di vedere il programma che staqva seguendo. E una volta saliti di sopra, ormai ero tornata in me.
Lui ci provò ancora, venendo in camera dei miei, dove dormivo accanto al lettino di mia sorella, ancora molto piccola. Ma io, temendo che lei si svegliasse, lo respinsi.
Una vita intera condizionata dai miei fratelli! Ma non solo.
Quella ragazza troppo stupida che ero, si faceva troppi scrupoli: la fiducia tradita dei miei, la mancanza di rispetto per la ragazza di lui, il mio "essere promessa" ad un altro. Che cretina! Altro che donna matura ed emancipata. Volevo essere per forza la donnina perfetta che mio padre avrebbe potuto ammirare.
Immatura e superficiale, nei miei vent'anni dedicati al non voler deludere gli altri, non avevo capito ne riconosciuto l'opportunità grande che avevo per le mani.Ne ho stupidamente trascurato i segnali così ho buttato via una cosa bella sprecando forse la più bella occasione della mia vita.
Tenevo una gemma tra le dita.
Me ne andai a dormire.
Il giorno era tiepido,
i venti erano banali,
dissi "Si serberà"
Mi svegliai
e sgridai le mie dita innocenti.
La gemma era scomparsa.
E ora, una memoria di Ametista
è quanto mi è rimasto.
E.D.
Lui piano piano si è allontanato, forse pensando di non essere voluto. Dopo qualche tempo lei, che era senz'altro molto più furba e matura di me, rimase in cinta, e così si sposarono.
Io, dal canto mio,feci la mia scelta, quella che ritenevo più giusta, e mi sposai un po' di tempo dopo.
Loro non vennero al mio matrimonio. Senz'altro a lei che aveva capito, stavo un po' sulle scatole. Ma so che lui, quando quella mattina in albergo incontrò la Paola e il Nello che venivano da me, disse che quello sarebbe stato "il giorno più brutto della sua vita".
Così ci siamo persi di vista.
E' tornato qui una sola volta, alla morte di mio padre. Ma, lui chiuso nel suo imbarazzo, ed io nel mio dolore, non siamo stati capaci di "ritrovarci".
Mio padre diceva sempre:-Meglio avere rimorsi che rimpianti!-
Ecco, lui è senz'altro, il più grosso rimpianto della mia vita.
Non posso sapere cosa sarebbe stato di noi se avessi seguito il mio cuore anziché la mia testa. Se quella volta mi fossi lasciata andare, se gli avessi detto almeno una volta quanto avevo bisogno di lui, se avessi anteposto i miei desideri al rispetto per gli altri e avessi pensato un po' più a me stessa.
Purtroppo tutto questo non conta più, indietro non si torna.
Ma io l'ho sempre tenuto nel cuore, celato in quell'angolino segreto cui solo una volta ogni tanto si può avere accesso, per quell'istinto remoto risvegliato da ujn profumo, una musica, o una vecchia fotografia.
Annullare il presente
e riscoprire i tuoi passi
padrona del tuo passato,
per scoprire infine
dov'è che ti nascondi.
Come fossi l'aria
e non ti fai respirare.
Come acqua tra le dite
te ne scivoli via,
e ancora è sete di te.
Perla
Dedico questo salto nel passato alla mia amica di sempre Paola, che un bel tuffo dal trampolino sta per farlo davvero e so che è un po' spaventata.
Allora viglio dirle: ti ricordi i primi tempi che venivi al mare e , non sapendo nuotare, avevi paura dell'acqua?
Bene, col tempo hai imparato e hai cominciato a lasciarti andare. Ecco, fai la stessa cosa, lasciati andare all'onda che viene. E' grande e può far paura, ma se te ne lasci sollevare senza far resistenza e irrigidirti, come niente ti ritroverai dall'altra parte.
E se anche un po' dovesse sciamblottarti, non temere, sempre a riva ti porterà, e lì, seduta su un patino, bella come la Sirenetta di Andersen, ci sarà la tua amica salmastrosa. Ad aspettarti come sempre!
Un bacione e ...a presto.
Alfry.
martedì 3 dicembre 2013
Bella e Bestia
No, non è mia intenzione raccontare una fiaba, anche perché questa non si annovera tra le mie preferite. (In effetti il mio trascorso è stato costellato di incontri con Principi che si sono poi trasformati in orchi.)
E' che ogni tanto la mia testa vaga e, dopo un periodo non proprio brillante, mi sono soffermata a pensare alla "doppiezza", se cosi si può dire, della nostra personalità. A quante volte la nostra parte "bella" si trova a dover lottare contro quel lato di "bestia" che è innegabilmente in ognuno di noi.
In genere chi mi conosce mi definisce "una bella persona", e questo sinceramente mi gratifica. A chi non farebbe piacere sentirselo dire? Ma mica sono sempre stata così!
Effettivamente il più delle volte resto piacevolmente sorpresa dal mio "saperci fare" con le persone, dal mio riuscire a trovare sempre una parola giusta per chi ne ha bisogno. Riconosco con piacevole sorpresa il mio grado di tolleranza e la mia alta soglia di sopportazione, che potrebbe anche sembrare un atteggiamento forzoso o da buonista. Ma vi assicuro che non è così.
Il mio è stato un percorso fatto di letture, conoscenza e scelte a volte anche difficili, sofferte e impopolari.
Eppure, ancora oggi, ci sono momenti che, a dispetto di ogni mio "credo". la Bestia che è in me riesce a saltare fuori. E allora arrivo a dire e pensare cose che, sinceramente, non mi piacciono per niente.
Mi succede quando mi sento violata nella mia libertà, quando invadono i miei spazi, quando mi vedo costretta a fare ciò che non ho scelto di fare.
Ma più che altro, quando mi ritrovo inerme o impotente, quando penso di non poter più fare niente o sento di avere sprecato del tempo. Quando mi invade la disperazione perché ho la sensazione che il vivere onestamente sia inutile, non basti.
Allora la mia Bestia vorrebbe reagire, urlare tutta la sua rabbia, il suo disappunto. Perché in questo brutto mondo ci si alza la mattina e si è già incazzati.E io non sono una santa, sono un essere umano!
Poi c'è l'altra parte, quella Bella, che mi porta a cercare di capire, a mettermi magari nei panni degli altri, per provare a vedere le cose da un altro punto di vista. Perché so che non esiste una verità assoluta. La verità ha mille sfaccettature.
Eppure non sempre ci riesco.
Le migliori intenzioni sono spesso cariche di delusioni, e se è vero che i caratteri più forti si temprano nella sofferenza, è anche vero che gli animi più forti sono segnati di cicatrici.
I graffi dell'anima non si cancellano! Mi ferisce l'incuria del genere umano, il qualunquismo , la mancanza di rispetto, l'ingratitudine e l'indifferenza alle sofferenze. Mi fanno veramente male.
Questo, comunque, non mi impedisce poi di cercare il bello e il buono in ogni cosa. O almeno ci provo. Lo faccio così, istintivamente, proprio perché è un'esigenza mia. Perché so che lasciarsi riempire di rabbia e di rancori ci avvelena il sangue, ci fa male all'anima e al cuore. La negatività e la cattiveria inquinano il nostro corpo e la nostra mente.
Per questo cerco sempre di scegliere il bello e il positivo. L'amore insomma.
Anche se non è sempre facile. Anche se tante volte ci costa fatica.
E in questo continuo conflitto tra la "bella" e la "bestia si va avanti, ogni giorno , da persone semplici e umili cercando sempre di ricordare di "non fare ad altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi".
Racconto Cherokee: I DUE LUPI
Un vecchio indiano Cherokee è seduto di fronte al tramonto con suo nipote, quando d'improvviso il bambino rompe l'incanto di questa contemplazione e rivolge al nonno una domanda molto seria per la sua età.
"Nonno, perché gli uomini combattono?"
Il vecchio, con gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma: "Per ogni uomo c'è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi."
"Quali lupi nonno?" "Quelli che ogni uomo porta dentro di sé".
Il bambino non riusciva a capire, ma attese che il nonno rompesse l'attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine il vecchio, che aveva dentro sé la saggezza del tempo, riprese con tono calmo.
"Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo, vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo".
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
"E l'altro?".
"L'altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede".
Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero.
"E quale lupo vince ?"
Il vecchio cherokee si girò a guardarlo s rispose con i suoi occhi puliti.
"Quello che nutri di più".
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