"Ecco...la musica è finita
gli amici se ne vanno.." e la casa si svuota, lasciandoti per un attimo con quello strano senso di...solitudine.
Sì, anche per quest'anno è andata, le feste sono quasi tutte passate e potrei dire che il bilancio è stato buono. I commensali al pranzo natalizio sono aumentati e nessuno si è lamentato del "servizio", così, se Dio me lo consentirà, il prossimo anno faremo il replay. Unica novità, la cena della vigilia a casa di mio figlio, ché mia nuora ci teneva tanto.
Non ho potuto mettere il ciocco nel camino, come da tradizione, per scaldare il bambinello alla nascita, ma l'emozione di Laura nello scartare i doni che le ha portato Babbo Natale è valsa la pena, e le sue risa cristalline mi hanno riempito di gioia il cuore più di un coro di Angeli.
Me lo concedo, sono stata proprio bene quest'anno. Una buona fine per un anno che di buono ci ha concesso veramente poco. Troppo caldo, troppe spese, troppi pensieri...ma, in fondo, quando mai è stato diverso?!
Con questo 2012 chiudo i sessant'anni, praticamente tre quarti della vita media di una persona. Ma non voglio fare bilanci, tanto i conti non tornano mai. E poi, sinceramente, mi sembra ancora un po' presto, anche se di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta. Ho fatto di tutto e di più anche se,guardando indietro, mi rendo conto di aver vissuto con troppa sufficienza l'importanza delle cose che ho vissuto. Non per superficialità, ma perché il cercare di renderle ppiù leggere mi ha garantito la sopravvivenza, non me ne sono lasciata schiacciare.
Un po' come al Circo, dove tutto sembra semplice eppure puoi essere in pericolo ogni giorno, ma poi, con una rete o un salto all'indietro, riesci sempre a cavartela. Allora ho davvero rivisto tutta la vita scorrermi davanti come numeri dello "spettacolo più bello del mondo"
E' vero lo giuro, alle volte , leggera come una ballerina, mi sono trovata in bilico su un filo, lì in precario equilibrio, dove ogni passo deve essere calcolato se non vuoi rischiare di cadere nel nulla. Non puoi concederti nessuna distrazione.
Poi sono passata al trapezio. Appesa, volteggiando disinvolta tra sicurezza e voglia di avventura. Affidandomi ora all'una, ora all'altra e soffrendo, in maniera struggente, quel breve attimo di vuoto tra le due cose, prima di decidere a quale potermi definitivamente affidare.
Ma la prova più difficile è stata il calarsi nella gabbia delle fiere, e di bestie feroci ne ho affrontate davvero tante.
Devo dire che, tra le varie specie, ho decisamente preferito i leoni, anziché tigri o pantere. Forse perché di questi se ne distingue il sesso a colpo d'occhio, senza doverci pensare troppo, così sai subito con chi hai a che fare. E' vero, ne sono uscita con qualche graffio, ma me la sono sempre cavata, e le cicatrici, in fondo, servono a ricordare e a fare esperienza.
Decisamente più facile rapportarsi con pappagalli ciarlieri, foche ammaestrate e scimmie dispettose. Tutti carini e simpatici all'inizio, ma che palle! Troppi, decisamente troppi.
Ho provato ad avere a che fare anche con uno splendido esemplare di Orso Bruno, ma non è durata molto..., troppo grosso lui e troppo spaventata io. No, decisamente fuori dalla mia portata. Ma ne è valsa comunque la pena.
E vogliamo parlare della mia abilità nei giochi di prestigio? Inimitabile!
Arrivare a fine mese con stipendi esigui, far quadrare bilanci con le innumerevoli crisi, tenere unita la Banda, passare attraverso il fuoco senza scottarsi, e tirar fuori un coniglio dal cilindro quando tutto sembrava ormai perso. Beh, questo lo posso dire: sono stati numeri di alta magia.
Il ruolo però che in assoluto mi è costato più fatica è quello del clown.
Tante volte non avrei proprio voluto scendere in pista, ma quando la vita ti chiama e lo spettacolo te lo impone, non puoi tirarti indietro. Allora..., due dita di biacca sul viso, una una lacrima finta a mascherare quelle vere, e un sorriso che di naturale non ha niente se non la voglia, la necessità, di far credere a chi ti guarda che tutto va bene. Specialmente ai bambini.
Così, di spettacolo in spettacolo, la vita è andata avanti in un perenno Circo che ci accompagnerà finché avremo voglia di scendere in pista.
Ah, dimenticavo..: io non demordo. E siccome ho ancora voglia di avere i fari della vita puntati addosso, ancora spero in qualcuno che voglia prendermi per mano e trascinarmi in alto ( e non avrò paura se non sarò bella come dici tu..), per tutto questo ho in "cantiere" un nuovo strabiliante numero: la Donna Cannone!
Niente male, vero?
Buon anno nuovo a tutti....e una raccomandazione ai più giovani....
Desiderata
Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.
Finché è possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone.
Dì la verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare.
Evita le persone volgari ed aggressive, esse opprimono lo spirito.
Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te.
Gioisci dei tuoi risultati, così come dei tuoi progetti.
Conserva l'interesse per il tuo lavoro, per quanto umile. E' ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non accechi le tue capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali e dovunque la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. Soprattutto no fingere negli affetti e neppure sii cinico riguardo all'amore, poiché, a dispetto di tutte le aridità e disillusioni, esso è perenne come l'erba.
Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall'età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.
Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l'improvvisa sfortuna. Ma non tormentarti con l'immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Aldilà di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso.
Tu sei un figlio dell'Universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai diritto ad essere qui. E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l'Universo ti si stia schiudendo come dovrebbe.
Perciò sii in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni. Conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita.
Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati ed i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo.
Fai attenzione.
Cerca di essere felice.
Trovata nell'antica Chiesa di San Paolo.
Baltimora. datata 1692
lunedì 31 dicembre 2012
martedì 18 dicembre 2012
Il Giullare di Dio
Mi è capitato spesso di tornare con la mente a quando ero bambina e frequentavo la scuola elementare. Ricordo che all'inizio delle lezioni, tutti assieme, si recitava una preghiera. Ricordo tutte quelle letture sul patriottismo e le poesie, le letture sulla grandezza dell'Italia e della sua storia. I suoi martiri, i suoi soldati, i suoi eroi e patrioti, e tutto questo orgoglio sull'italianità che poi, col tempo, è andato piano piano scemando. Non lo trovo più.
Ricordo che con mio padre assistevamo ad ogni parata militare che la televisione trasmetteva e ci commuovevamo ad ogni alza-bandiera o per qualsiasi ricorrenza in cui l'Inno di Mameli facesse da colonna sonora.
Poi, con l'allargarsi degli orizzonti, il nostro orgoglio è andato scemando e abbiamo cominciato col contestare il militarismo, il patriottismo, l'italianità.E la classe dirigente degli ultimi anni ci ha addirittura portati al ridicolo nel mondo, facendoci a volte addirittura vergognare di essere italiani.
Tutto messo in discussione quindi. Tutto da rivedere e rassettare. Fino a ieri sera...
Ieri sera ho assistito, in televisione, a una cosa di una grandezza unica, di una profondità, pur nella sua semplicità, che mi ha scosso l'anima dando un senso ed una risposta a tutte le domande in sospeso, facendomi riscoprire in un baleno quanto fosse lecito e giusto quell'amor di Patria che mi ha pervaso negli anni dell'adolescenza finché, ideologie più o meno fasulle, non mi hanno confuso la mente. Ho seguito Benigni in televisione che mi ha spiegato la "Costituzione Italiana". Come dice lui: la più bella del mondo.
E' stata un'esplosione di fuochi d'artificio!
Ha sciorinato un articolo dietro l'altro facendoci toccare con mano la ricchezza, l'ampiezza, la completezza e la grandezza di una cosa che la maggior parte di noi ignoranti ha sottovalutato e snobbato considerandola con supponenza e superficialità.
Invece lui ci ha aperto un mondo.
Ci ha presi per mano e ci ha fatto notare la forza, la ricercatezza, la profondità e il peso di ogni parola scritta. Rigo per rigo ci ha introdotti nella storia e ce ne ha fatti sentire protagonisti, ce ne ha resi parte.
Ha valorizzato ogni termine, ogni aggettivo, ogni verbo, ogni credo, ogni comandamento racchiuso in quei primi dodici articoli. Ed è stata una rivelazione.
Niente è lasciato al caso: la libertà di culto, la necessità vitale dello sviluppo nella ricerca, nella cultura, nell'arte. La tolleranza, l'accoglienza, l'amore per il diverso e per l'ambiente. Il diritto alla dignità del lavoro.
Praticamente un Vangelo laico di rara bellezza e profondità. E non so se avete notato che quando ne ha citato i redattori, i "padri fondatori", non omette mai di ringraziarne pariteticamente anche le "madri", concedendo a noi donne, in un sol colpo, riconoscimento, stima e uguaglianza. Cosa che, di questi tempi è quasi rivoluzionaria. Un novello Cristo.
Certamente poi qualche detrattore prezzolato troverà qualcosa da ridire. Su certe affermazioni, certe battute pungenti che lui si è concesso, sul compenso che ha ricevuto. Ma chi se ne frega! Tacete e imparate dal Maestro.
Vola alto Benigni. il suo parlare é semplice, immediato, ma forbito e aulico. Una miscellanea
perfetta di politica, religione, fede e poesia. Non banalizza niente. Non trascura niente. E parla con il cuore, si vede e si sente.
E' autentico, schietto, onesto con se stesso. E' un "grande"! Ed è un italiano di Toscana, proprio come me, e ne sono fiera.
Che ci provino pure gli ignoranti, i vigliacchi, i novelli farisei a lapidarlo. Tanto lui non è alla loro portata. Non si farà infangare. Lui è gia oltre, troppo grande e troppo in alto per poterne essere scalfito. Che se ne facciano una ragione tutti quanti.
Neanche il suo finale è banale. Come ultimo omaggio esalta il nostro Tricolore e ci offre, con un filo di voce, la versione italiana della colonna sonora del suo film più importante, raccontandoci che non solo la vita è bella, quando è semplice e pulita, ma anche quanto debba essere rispettata e presa seriamente.
Grazie Roberto.
Alla vita.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio,
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio
le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
Tu muoia affinché vivano gli uomini,
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio,
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi,
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
mercoledì 12 dicembre 2012
Letterina a Babbo Natale..
Una volta non si faceva, non c'era questa gran corsa allo shopping natalizio. Si aspettava che, la notte di Natale, Gesù Bambino ci addobbasse l'albero e poi era la Befana a portare i giocattoli. O almeno così mi sembra di ricordare...Già, ma io sto parlando della seconda metà del secolo scorso (OH Giosuè!).
Oggi le cose sono diverse: è quasi sparita la vecchietta bruttina ma generosa ma al suo posto si festeggia Halloween, e Babbo Natale già da un paio di mesi è in giro per ristoranti e negozi a prendere accordi con una renna parlante. Boh! Non ci capisco più niente.
Comunque stanotte non riuscivo a prendere sonno e l'idea di una letterina al caro vecchietto mi è balenata nella mente. Chissà però che nel mio vagheggio mentale non abbia confuso le solite preghiere con un accorato appello al vegliardo. In fondo Padre e Babbo sono sinonimi. Dunque, vediamo un po'...
Caro Babbino nostro che scorrazzi nei cieli, fa' che quando vieni, una volta all'anno, tu sia veramente una gioia e non un problema in più. Da' un senso alla tua figura. Cerca di farci fare un pasto tranquillo, se pur parco, facendoci dimenticare che abbiamo debiti e anche debitori. Lascia che, almeno una volta, le nostre tentazioni di qualunque tipo possano essere appagate. E fa che l'idea del "male" che ci circonda per un giorno almeno ci abbandoni!
Grazie.
Si, in effetti forse un po' di confusione l'ho fatta. Del resto cosa si potrebbe chiedere per non cadere
nella solita retorica melassa qualunquista? La pace nel mondo? Non ci sarà mai e lo sappiamo. L'uomo è quello che è e la bellicosità fa parte della natura umana (se così si può chiamare) .Paradossalmente per l'uomo farsi guerre e uccidersi, è "vitale". A che prò dunque farsi illusioni.
La salute? Tutti vorremmo averla, ma sappiamo bene che il nostro corpo è soggetto ad un lento, inesorabile deterioramento cui non possiamo sottrarci.
Soldi? Disinquinamento? Evitare disastri ecologici?
Andiamo, per favore, siamo onesti con noi stessi. Accettiamo le nostre ipocrite bassezze ammettendo i nostri limiti. L'umanità fa veramente schifo e non troveremo le soluzioni in una slitta volante.
Contentiamoci di vivere una giornata serena, senza assilli, in armonia, che di questi tempi sarebbe già tanto.
Cerchiamo di goderci la compagnia dei presenti senza accusare troppo la mancanza di chi non c'è più. Sì, perché fondamentalmente il Natale è proprio questo: lo struggente ricordo delle grandi assenze!
Come non rivedersi davanti agli occhi Silvano o la Pierina, sempre nei miei pensieri. O riandare col pensiero alla Ida e alla Mila, che ci hanno lasciati da poco. Due grandi donne, due grandi caratteri, due vite importanti che hanno saputo lasciare ricordi importanti.
Perciò, caro Babbo natale, quando saremo tutti riuniti nella mia bella sala addobbata, con la tavola imbandita e il caminetto acceso, lascia che per un attimo mi dimentichi dell'IMU , del mutuo e della bolletta dell'ENEL. Facci perlomeno godere dello splendore delle luci dell'albero di Natale, così che, perdendoci nel luccichio delle sue palle colorate, ci dimentichiamo, per un po', di quanto invece le nostre girino!
Buon Natale a tutti.
Immaginandomi idealmente in volo sulla slitta del caro vecchietto, saluto idealmente tutti gli amici di Milano, grandi e piccoli; i parenti di Cremona, quelli di Livorno, i cugini per mare. Saluto caramente anche i parenti più vicini, anche quelli che non vedo mai. Un bacio agli amici della spiaggia e alle amiche di sempre, le più care (non occorre farne i nomi). Insomma, un saluto a tutti quelli che mi vogliono bene e, perché no, anche a quelli che fanno finta o addirittura non mi sopportano. In fondo non si può piacere a tutti. Per tutti un omaggio a costo zero.
E che la vita vi sorprenda regalandovi cose che non sapevate di desiderare!
Il mio Presepe
A sei passi dalla battigia, una posticcia baracca di canne allestita a custodia di una botte ormai scarsa di pece, di una cima sfilacciata ai capi, di due remi scompagnati, di un gozzo capovolto.
E' qui dove il preannunciato divino monello emette il primo vagito.
Lui se ne sta lì. Gli tolgo quel po' di sabbia che gli è rimasta appiccicata alle mani prima di addormentarsi.
A dargli protezione e fiato caldo gli ho messo accanto due cani randagi.
No, niente stella. Le stelle deludono come ci ha delusi la luna. Faccio, invece, suonare la sirena di un cantiere. Dalle case di rimpetto al "cantaccio" prende a muovere i primi passi tutta la gente imparentata col mare. Padroni di fogli, marinai, carpentieri, calafati, funari, pescatori. E i figli e le spose.
da "Il grande gioco" di Egisto Malfatti
Oggi le cose sono diverse: è quasi sparita la vecchietta bruttina ma generosa ma al suo posto si festeggia Halloween, e Babbo Natale già da un paio di mesi è in giro per ristoranti e negozi a prendere accordi con una renna parlante. Boh! Non ci capisco più niente.
Comunque stanotte non riuscivo a prendere sonno e l'idea di una letterina al caro vecchietto mi è balenata nella mente. Chissà però che nel mio vagheggio mentale non abbia confuso le solite preghiere con un accorato appello al vegliardo. In fondo Padre e Babbo sono sinonimi. Dunque, vediamo un po'...
Caro Babbino nostro che scorrazzi nei cieli, fa' che quando vieni, una volta all'anno, tu sia veramente una gioia e non un problema in più. Da' un senso alla tua figura. Cerca di farci fare un pasto tranquillo, se pur parco, facendoci dimenticare che abbiamo debiti e anche debitori. Lascia che, almeno una volta, le nostre tentazioni di qualunque tipo possano essere appagate. E fa che l'idea del "male" che ci circonda per un giorno almeno ci abbandoni!
Grazie.
Si, in effetti forse un po' di confusione l'ho fatta. Del resto cosa si potrebbe chiedere per non cadere
nella solita retorica melassa qualunquista? La pace nel mondo? Non ci sarà mai e lo sappiamo. L'uomo è quello che è e la bellicosità fa parte della natura umana (se così si può chiamare) .Paradossalmente per l'uomo farsi guerre e uccidersi, è "vitale". A che prò dunque farsi illusioni.
La salute? Tutti vorremmo averla, ma sappiamo bene che il nostro corpo è soggetto ad un lento, inesorabile deterioramento cui non possiamo sottrarci.
Soldi? Disinquinamento? Evitare disastri ecologici?
Andiamo, per favore, siamo onesti con noi stessi. Accettiamo le nostre ipocrite bassezze ammettendo i nostri limiti. L'umanità fa veramente schifo e non troveremo le soluzioni in una slitta volante.
Contentiamoci di vivere una giornata serena, senza assilli, in armonia, che di questi tempi sarebbe già tanto.
Cerchiamo di goderci la compagnia dei presenti senza accusare troppo la mancanza di chi non c'è più. Sì, perché fondamentalmente il Natale è proprio questo: lo struggente ricordo delle grandi assenze!
Come non rivedersi davanti agli occhi Silvano o la Pierina, sempre nei miei pensieri. O riandare col pensiero alla Ida e alla Mila, che ci hanno lasciati da poco. Due grandi donne, due grandi caratteri, due vite importanti che hanno saputo lasciare ricordi importanti.
Perciò, caro Babbo natale, quando saremo tutti riuniti nella mia bella sala addobbata, con la tavola imbandita e il caminetto acceso, lascia che per un attimo mi dimentichi dell'IMU , del mutuo e della bolletta dell'ENEL. Facci perlomeno godere dello splendore delle luci dell'albero di Natale, così che, perdendoci nel luccichio delle sue palle colorate, ci dimentichiamo, per un po', di quanto invece le nostre girino!
Buon Natale a tutti.
Immaginandomi idealmente in volo sulla slitta del caro vecchietto, saluto idealmente tutti gli amici di Milano, grandi e piccoli; i parenti di Cremona, quelli di Livorno, i cugini per mare. Saluto caramente anche i parenti più vicini, anche quelli che non vedo mai. Un bacio agli amici della spiaggia e alle amiche di sempre, le più care (non occorre farne i nomi). Insomma, un saluto a tutti quelli che mi vogliono bene e, perché no, anche a quelli che fanno finta o addirittura non mi sopportano. In fondo non si può piacere a tutti. Per tutti un omaggio a costo zero.
E che la vita vi sorprenda regalandovi cose che non sapevate di desiderare!
Il mio Presepe
A sei passi dalla battigia, una posticcia baracca di canne allestita a custodia di una botte ormai scarsa di pece, di una cima sfilacciata ai capi, di due remi scompagnati, di un gozzo capovolto.
E' qui dove il preannunciato divino monello emette il primo vagito.
Lui se ne sta lì. Gli tolgo quel po' di sabbia che gli è rimasta appiccicata alle mani prima di addormentarsi.
A dargli protezione e fiato caldo gli ho messo accanto due cani randagi.
No, niente stella. Le stelle deludono come ci ha delusi la luna. Faccio, invece, suonare la sirena di un cantiere. Dalle case di rimpetto al "cantaccio" prende a muovere i primi passi tutta la gente imparentata col mare. Padroni di fogli, marinai, carpentieri, calafati, funari, pescatori. E i figli e le spose.
da "Il grande gioco" di Egisto Malfatti
domenica 9 dicembre 2012
La Bottega del mi' nonno
" Dai, salta su, vieni con tu pà"
"Ma dove si va pappà? "
"Si va in Darsena a bottega, dove vuoi andà.." ed io salivo sull'"orsetto", il motorino di mio padre, senza farmelo dire due volte chè con lui i "ma" e i "se" non esistevano. Quando chiedeva una cosa dovevi farla non subito, ma prima. E poi ci andavo proprio volentieri, perché la "bottega", come lui la chiamava, era la vecchia veleria di mio nonno, il posto più magico che io possa ricordare.
Si può dire che la storia di Viareggio e della sua marineria abbia sempre ruotato attorno a quel laboratorio, perché da lì usciva gran parte di quella che era la produzione velica dell' Italia d'allora, ed io ne sono fiera.Cordai, funai ,maestri d'ascia e calafati e poi c'eravamo noi a far la storia della città : i Puosi, maestri velai.
Recentemente il mio amico Claudio, un poliziotto in pensione con la passione della ricerca sulle nostre origini, ha scoperto che i miei precursori discendono da una stirpe tedesca che stabilitasi nella Garfagnana di secoli fa, ha quivi edificato un paese di nome "Puosi" per l'appunto,dalla cui popolazione poi noi discendiamo.
Ora, per i tedeschi mi può anche star bene (in fondo siamo quasi tutti alti, biondi e con gli occhi azzurri), ma lucchesi poi no. E delafia!! Questo spero proprio sia un errore.
Comunque lucchesi o no, i miei nonni avevano le palle. Uomini di mare, artigiani, grandi maestri. Insomma, loro avevano l'X-factor. E misero su la "Veleria" proprio nel cuore della Darsena, sulla via Coppino davanti alla Pesa Pubblica e accanto al CRO.
Era un unico stanzone dal soffitto altissimo tutto di travi, le mura con le pietre a vista e il pavimento in legno, dove i fratelli Egisto e Duilio (mio nonno appunto) si dividevano spazio e lavoro.
Il nonno ebbe tre figli maschi: Alfredo, il più grande, che navigava sul Colombo (di porto in porto, di mare in mar, passa il colombo nel navigar! così mi cantava sempre il pappà) ma è morto troppo giovane purtroppo; Emilio ha fatto il muratore e mio padre, il più piccolo, ha dovuto scegliere il lavoro in banca, anche se sono convinta che con il cuore e la mente era sempre a bottega.E lì trovava Sergio e Mario, i cugini, figli di Egisto, che invece hanno proseguito nel mestiere del padre. E l'hanno indovinata, perché la veleria era una vera miniera d'oro. A saperci fare naturalmente, e Sergio era veramente bravo nel tagliare le vele, mentre Mario era più portato per le tende.
Piuttosto chiuso, taciturno, era meno socievole del fratello Sergio che era invece un vulcano in eruzione, un eclettico, estroverso, folle personaggio indimenticabile. Era lui l'anima della veleria, ed è con lui che mio padre se la intendeva di più.
Due pazzi scatenati. Sergio, con quegli occhietti scuri, furbi e attenti come quelli di un furetto, non se ne perdeva una. Insieme avrebbero preso per il culo il mondo, e il vederli all'opera era un vero spasso.
A me piaceva da matti andare in veleria. C'erano, sul fondo dello stanzone, tantissime "pezzate" di stoffa dai colori sgargianti :blu,verde, arancio. Poi quella stoffa speciale, bianca, l'Eliolona, la chiamavano, che serviva per le vele delle barche da regata. Un bancone in legno ricoperto di rocchettoni di fili, metri sparsi qua e là, gessetti per segnare la stoffa, forbicioni, poi scatole e scatolette piene di occhielli metallici di tutte le misure.
Sembrava un bazar. Appesi al muro cordami, cime, funi, e le foto di chi non c'era più compreso lo zio Alfredo.
Naturalmente una simile industria aveva bisogno di lavoranti e qui ce n'erano ben cinque, cinque donne ciarliere, tutte alla macchina da cucire. Due, le più anziane, erano le loro sorelle, Alfreda e Raffaella, che in effetti un po' l'aria delle padrone l'avevano.
Capelli ricci , bianchi, occhialetti sul naso e quell'aria da zittelline furbette che a me, le rendeva anche simpatiche. Poi c'era Carmela, una bella moracchiotta, e altre due di cui non ricordo il nome.
Ricordo però di aver sentito tante volte parlare della prima, storica lavorante di bottega: la Selica. Ne parlavano sempre con affettuosa reverenza anche se poi la prendevano in giro, forse per le sue umili origini, dicendo che la sua passione era "l'arpa".Cosa ci azzeccasse poi l'arpa con la Selica non l'ho mai saputo ne lo saprò mai, ma loro ci ridevano tanto quando lo dicevano.
Ecco, questo, assieme all'odore acre delle stoffe e della sciugna,ricordo con piacere: il simpatico cicaleccio che si faceva.
Quel posto era un vero porto di mare, vi approdavano elementi di tutti i tipi.
Io entravo, mi pascevo dei saluti affettuosi di tutti poi , mentre ognuno proseguiva il suo lavoro, mi sdraiavo sopra le stoffe ammucchiate e ascoltavo.. ascoltavo..
Ogni tanto mio padre si ricordava di me e mi dava delle dritte sul mestiere. Mi insegnò anche tutti i nodi da marinaio rifilandomi pure qualche scappellotto sulla testa quando non ne ricordavo la procedura: gruppo piano, scorsoio, parlato, gassa d'amante, e tanti altri che non ricordo più.
Poi interveniva Sergio che, agile come uno scoiattolo e rigorosamente scalzo, saltava da un lato all'altro della preziosissima tela stesa sul pavimento e mi spiegava con che criterio tagliarla,
Lui mi voleva molto bene. Avendo avuto due figli maschi, ero per lui la figlia femmina che tanto aveva desiderato, ed io lo ricambiavo con affetto e ammirazione. Perché, pur avendo a che fare anche con grandi nomi della velica venuti da tutta Italia a commissionargli le vele per le proprie prestigiose imbarcazioni, lui non se la tirava. Semplice ma non dimesso , umile ma fiero della propria maestria, dall' intelligenza pronta e dalla mente e corpo scattanti, non sopportava chi, al contrario di lui non aveva la "verve", chi non riusciva a stargli al passo.
Con mio padre se la intendeva più che con suo fratello, perché erano simili e nutrivano le stesse passioni: il mare e le regate. Il loro motto preferito era : se mi curi ti curo, se non mi curi ti vado in culo!
Ricordo con nostalgia quando, nel periodo di Carnevale, durante lo svolgersi del Rione Darsena, la veleria era aperta per amici e conoscenti.
La mamma e la Carla, moglie di Sergio, preparavano chili e chili di tordelli al sugo che sporzionavano nel retro- bottega, mentre una damigiana di vino troneggiava in alto, su un seggiolone, con una "sughetta" immersa da cui si stillavano in continuazione bicchieri di vino.
Venivano i Benetti, i Cenami, i Giannotti, ricordo anche Delia Scala che si sdilinquiva in complimenti per la cucina di mia mamma, Egisto Malfatti e tanti altri della Viareggio bene. Poi i bomboloni dell'immancabile Zenzena e via, in balli e canti cui non si sottraeva nessuno. Davvero bei tempi.
Ora la veleria non c'è più.
I figli di Sergio non se la sono sentita di proseguire nel mestiere e sono diventati medici dentisti. Hanno lo studio proprio là dove sorgeva la veleria, loro al primo piano e sotto un anonimo negozio di oggettistica.
Neanche il CRO c'è più. Ma dalle finestre del loro studio ancora si domina la darsena.
E quando vedo dalla spiaggia una vela all'orizzonte, ricordo quelle atmosfere e spero, con orgoglio e nostalgia che ancora la gente si ricordi delle vele dei Puosi, quando le barche da regata lasciavano la banchina dietro al Club Nautico e si sentiva: "Orsa.. appuggia.. tira la sartia.. cazza la randa" .
E le seguivi con l'occhio fino a che il vento, ingravidata la vela, non se le portava via silenziose, al di la del molo... tra un fremito d'ali di gabbiani....
Un omaggio a mio padre che la sapeva a memoria.
"Preghiera del Marinaio"
A Te, o grande Eterno Iddio,
Signore del Cielo e dell'Abisso,
cui obbediscono i venti e le onde
Noi,
Uomini di Mare e di Guerra
Ufficiali e Marinai d'Italia,
da questa sacra nave
armata dalla Patria,
leviamo i cuori.
Salva ed esalta nella Tua fede
o grande Iddio, la nostra Nazione,
dà giusta gloria e potenza alla
nostra bandiera,
comanda che le tempeste
ed i flutti
servano a Lei.
Ispira al nemico il terrore di Lei
fa che per sempre
La cingano in difesa
petti di ferro
più forti del ferro che cinge
questa Nave.
A Lei per sempre
dona Vittoria.
Benedici o Signore
le nostre case lontane,
le cari genti
Benedici nella cadente notte
il riposo del Popolo.
Benedici noi
che per esso
vegliamo in armi sul mare...
Benedici!! ,,, "
"Ma dove si va pappà? "
"Si va in Darsena a bottega, dove vuoi andà.." ed io salivo sull'"orsetto", il motorino di mio padre, senza farmelo dire due volte chè con lui i "ma" e i "se" non esistevano. Quando chiedeva una cosa dovevi farla non subito, ma prima. E poi ci andavo proprio volentieri, perché la "bottega", come lui la chiamava, era la vecchia veleria di mio nonno, il posto più magico che io possa ricordare.
Si può dire che la storia di Viareggio e della sua marineria abbia sempre ruotato attorno a quel laboratorio, perché da lì usciva gran parte di quella che era la produzione velica dell' Italia d'allora, ed io ne sono fiera.Cordai, funai ,maestri d'ascia e calafati e poi c'eravamo noi a far la storia della città : i Puosi, maestri velai.
Recentemente il mio amico Claudio, un poliziotto in pensione con la passione della ricerca sulle nostre origini, ha scoperto che i miei precursori discendono da una stirpe tedesca che stabilitasi nella Garfagnana di secoli fa, ha quivi edificato un paese di nome "Puosi" per l'appunto,dalla cui popolazione poi noi discendiamo.
Ora, per i tedeschi mi può anche star bene (in fondo siamo quasi tutti alti, biondi e con gli occhi azzurri), ma lucchesi poi no. E delafia!! Questo spero proprio sia un errore.
Comunque lucchesi o no, i miei nonni avevano le palle. Uomini di mare, artigiani, grandi maestri. Insomma, loro avevano l'X-factor. E misero su la "Veleria" proprio nel cuore della Darsena, sulla via Coppino davanti alla Pesa Pubblica e accanto al CRO.
Era un unico stanzone dal soffitto altissimo tutto di travi, le mura con le pietre a vista e il pavimento in legno, dove i fratelli Egisto e Duilio (mio nonno appunto) si dividevano spazio e lavoro.
Il nonno ebbe tre figli maschi: Alfredo, il più grande, che navigava sul Colombo (di porto in porto, di mare in mar, passa il colombo nel navigar! così mi cantava sempre il pappà) ma è morto troppo giovane purtroppo; Emilio ha fatto il muratore e mio padre, il più piccolo, ha dovuto scegliere il lavoro in banca, anche se sono convinta che con il cuore e la mente era sempre a bottega.E lì trovava Sergio e Mario, i cugini, figli di Egisto, che invece hanno proseguito nel mestiere del padre. E l'hanno indovinata, perché la veleria era una vera miniera d'oro. A saperci fare naturalmente, e Sergio era veramente bravo nel tagliare le vele, mentre Mario era più portato per le tende.
Piuttosto chiuso, taciturno, era meno socievole del fratello Sergio che era invece un vulcano in eruzione, un eclettico, estroverso, folle personaggio indimenticabile. Era lui l'anima della veleria, ed è con lui che mio padre se la intendeva di più.
Due pazzi scatenati. Sergio, con quegli occhietti scuri, furbi e attenti come quelli di un furetto, non se ne perdeva una. Insieme avrebbero preso per il culo il mondo, e il vederli all'opera era un vero spasso.
A me piaceva da matti andare in veleria. C'erano, sul fondo dello stanzone, tantissime "pezzate" di stoffa dai colori sgargianti :blu,verde, arancio. Poi quella stoffa speciale, bianca, l'Eliolona, la chiamavano, che serviva per le vele delle barche da regata. Un bancone in legno ricoperto di rocchettoni di fili, metri sparsi qua e là, gessetti per segnare la stoffa, forbicioni, poi scatole e scatolette piene di occhielli metallici di tutte le misure.
Sembrava un bazar. Appesi al muro cordami, cime, funi, e le foto di chi non c'era più compreso lo zio Alfredo.
Naturalmente una simile industria aveva bisogno di lavoranti e qui ce n'erano ben cinque, cinque donne ciarliere, tutte alla macchina da cucire. Due, le più anziane, erano le loro sorelle, Alfreda e Raffaella, che in effetti un po' l'aria delle padrone l'avevano.
Capelli ricci , bianchi, occhialetti sul naso e quell'aria da zittelline furbette che a me, le rendeva anche simpatiche. Poi c'era Carmela, una bella moracchiotta, e altre due di cui non ricordo il nome.
Ricordo però di aver sentito tante volte parlare della prima, storica lavorante di bottega: la Selica. Ne parlavano sempre con affettuosa reverenza anche se poi la prendevano in giro, forse per le sue umili origini, dicendo che la sua passione era "l'arpa".Cosa ci azzeccasse poi l'arpa con la Selica non l'ho mai saputo ne lo saprò mai, ma loro ci ridevano tanto quando lo dicevano.
Ecco, questo, assieme all'odore acre delle stoffe e della sciugna,ricordo con piacere: il simpatico cicaleccio che si faceva.
Quel posto era un vero porto di mare, vi approdavano elementi di tutti i tipi.
Io entravo, mi pascevo dei saluti affettuosi di tutti poi , mentre ognuno proseguiva il suo lavoro, mi sdraiavo sopra le stoffe ammucchiate e ascoltavo.. ascoltavo..
Ogni tanto mio padre si ricordava di me e mi dava delle dritte sul mestiere. Mi insegnò anche tutti i nodi da marinaio rifilandomi pure qualche scappellotto sulla testa quando non ne ricordavo la procedura: gruppo piano, scorsoio, parlato, gassa d'amante, e tanti altri che non ricordo più.
Poi interveniva Sergio che, agile come uno scoiattolo e rigorosamente scalzo, saltava da un lato all'altro della preziosissima tela stesa sul pavimento e mi spiegava con che criterio tagliarla,
Lui mi voleva molto bene. Avendo avuto due figli maschi, ero per lui la figlia femmina che tanto aveva desiderato, ed io lo ricambiavo con affetto e ammirazione. Perché, pur avendo a che fare anche con grandi nomi della velica venuti da tutta Italia a commissionargli le vele per le proprie prestigiose imbarcazioni, lui non se la tirava. Semplice ma non dimesso , umile ma fiero della propria maestria, dall' intelligenza pronta e dalla mente e corpo scattanti, non sopportava chi, al contrario di lui non aveva la "verve", chi non riusciva a stargli al passo.
Con mio padre se la intendeva più che con suo fratello, perché erano simili e nutrivano le stesse passioni: il mare e le regate. Il loro motto preferito era : se mi curi ti curo, se non mi curi ti vado in culo!
Ricordo con nostalgia quando, nel periodo di Carnevale, durante lo svolgersi del Rione Darsena, la veleria era aperta per amici e conoscenti.
La mamma e la Carla, moglie di Sergio, preparavano chili e chili di tordelli al sugo che sporzionavano nel retro- bottega, mentre una damigiana di vino troneggiava in alto, su un seggiolone, con una "sughetta" immersa da cui si stillavano in continuazione bicchieri di vino.
Venivano i Benetti, i Cenami, i Giannotti, ricordo anche Delia Scala che si sdilinquiva in complimenti per la cucina di mia mamma, Egisto Malfatti e tanti altri della Viareggio bene. Poi i bomboloni dell'immancabile Zenzena e via, in balli e canti cui non si sottraeva nessuno. Davvero bei tempi.
Ora la veleria non c'è più.
I figli di Sergio non se la sono sentita di proseguire nel mestiere e sono diventati medici dentisti. Hanno lo studio proprio là dove sorgeva la veleria, loro al primo piano e sotto un anonimo negozio di oggettistica.
Neanche il CRO c'è più. Ma dalle finestre del loro studio ancora si domina la darsena.
E quando vedo dalla spiaggia una vela all'orizzonte, ricordo quelle atmosfere e spero, con orgoglio e nostalgia che ancora la gente si ricordi delle vele dei Puosi, quando le barche da regata lasciavano la banchina dietro al Club Nautico e si sentiva: "Orsa.. appuggia.. tira la sartia.. cazza la randa" .
E le seguivi con l'occhio fino a che il vento, ingravidata la vela, non se le portava via silenziose, al di la del molo... tra un fremito d'ali di gabbiani....
Un omaggio a mio padre che la sapeva a memoria.
"Preghiera del Marinaio"
A Te, o grande Eterno Iddio,
Signore del Cielo e dell'Abisso,
cui obbediscono i venti e le onde
Noi,
Uomini di Mare e di Guerra
Ufficiali e Marinai d'Italia,
da questa sacra nave
armata dalla Patria,
leviamo i cuori.
Salva ed esalta nella Tua fede
o grande Iddio, la nostra Nazione,
dà giusta gloria e potenza alla
nostra bandiera,
comanda che le tempeste
ed i flutti
servano a Lei.
Ispira al nemico il terrore di Lei
fa che per sempre
La cingano in difesa
petti di ferro
più forti del ferro che cinge
questa Nave.
A Lei per sempre
dona Vittoria.
Benedici o Signore
le nostre case lontane,
le cari genti
Benedici nella cadente notte
il riposo del Popolo.
Benedici noi
che per esso
vegliamo in armi sul mare...
Benedici!! ,,, "
mercoledì 28 novembre 2012
Old sweet food
Alle volte la mente fa voli strani. Basta un niente, un suono, una voce, un odore e subito parte il treno dei ricordi, che sai da cosa prende il via ma non puoi capire fin dove arriva. Devi solo lasciarti andare e seguirlo...
Sono qui a sfaccendare in cucina mentre aspetto Tato per il pranzo e un documentario in TV attira lamia attenzione : eccoli li, i delfini! Le creature più splendide, dolci e intelligenti di questo mondo. Li adoro, ma la mia mente malata non si sofferma sullo splendore di quelle immagini, no. Fa invece un'associazione insana e sgradevole: io il delfino me lo sono mangiato!
Sì, lo confesso, ho banchettato con quelle dolci creature, e me ne vergogno. Ma non è stata colpa mia. Bisognava mangiare quello che ci mettevano in tavola e senza tante storie. E c'è anche da dire che allora di tante cose non eravamo al corrente, non c'era tanta coscienza ne conoscenza in questo campo. non sapevo che i delfini erano più umani di noi.
Ora non lo rifarei ma, a quel ricordo, parto per un tour mnemonico- gastronomico che voglio dedicare a mio fratello dato che lui, come me, ha percorso impervi sentieri culinari e, come me, ogni tanto ne ha nostalgia.
Te la ricordi la pastasciutta col sugo di delfino? Ma quanto era buona porca miseria!
La carne era un po' scura, ma aveva un sapore.....E il "musciame"? Quel pidigozzo nero, secco e salato che il pappà appendeva nel sottoscala per poi tagliarcene qualche fettina quando in tavola c'erano i fagioli lessati. Che Flipper mi perdoni, giuro che ora non ne sarei più capace (anche perché fortunatamente ne hanno proibito il commercio) ma quanto era buono! E abbiamo fatto anche di peggio: abbiamo mangiato la carne di testuggine, la tartaruga di mare.
Ricordo che capitarono per caso anche Ivo e Fiorella da Livorno, e il pappà, che quando ci si metteva era un po' stronzo, gliela fece mangiare senza dir loro cos'era. Ottima, certo. Ma quando Ivo lo seppe per poco non si sentì male e sua madre lo tenne in purga per una settimana. Che ridere!
E vogliamo parlare delle lumache? Si prendevano nel campo dietro casa, tra vigne, giunchi e sterpi, il giorno dopo che aveva piovuto e il pappà le metteva in un retino chiuso, appeso a un ramo dell'arancio nell'orto. Le lasciava spurgare per qualche giorno poi la mamma le cucinava in umido con la "niepitella", e danni con gli stuzzicadenti.
Le ranocchie invece le compravamo a " filze " da una vecchietta che passava di strada in strada e le portava già sbuzzate e spellate. Fritte erano la passione di Livio, e la zia Nenzi avrebbe fatto i debiti pur di comprargliele. E gli sconcigli ? Te li ricordi? Quella specie di conchiglioni che ci portava il pappà e la mamma doveva sbollentare, tirarne fuori la polpa, tritarla fine fine con la sua fedele lunetta e poi farne il sugo. Da paura! Uno di quei sughi che il Silvano diceva: "Versimene un po'po' nelle braette.." perché, secondo lui, risvegliava i morti. Bemmi tempi!
Ma il periodo più libidinoso era l'inverno, quando cominciava il passaggio delle " cee" . Maremma maiala che passione!
Anch'io andavo a pescarle. Te no. Te ne stavi nel tuo lettino con le cinque stecche di persiana tirate su, il bicchiere dell'acqua sul comodino,la porta di canera aperta a 45 gradi, non di più, e la solita latania di tutte le sere: Non mi fate de' lupi, non mi fate delle streghe." e bonanotte al secchio.
Io invece ero col pappà, la sul molo tra la Madonnina e il Santa Monica, cioè come tra il sacro e il profano.
Era lui che ci teneva a portarmi con se e io non ho mai saputo dirgli di no. Mi stioccava addosso un'incerata da marinaio di colore arancione che aveva rimediato non so dove e che , secondo lui, avrebbe dovuto proteggermi dal vento e dall'acqua.
Un ti dio che freddo! Credevo di morì! oltre tutto era di un plasticone rigido, tutto rotto sul colletto ma che lui, bontà sua, aveva "riparato" con del nastro adesivo cui, immancabilmente, mi si appiccicavano i capelli. Ma io resistevo imperterrita. Per mio padre avrei affrontato qualsiasi intemperia, e quando ero là, col profumo di salmastro, tra gli spruzzi del mare e il tintinnio delle sartie delle barche sballonzolate dal vento, mi sentivo la padrona del mondo.
A pesca finita si si tornava a casa col nostro bel secchiello di cee e :"Pierina, vanno pulite!" Ed era un imperativo che non ammetteva repliche.
Allora, steso uno strofinaccio sul tavolo, ci rovesciava le ceoline e poi le spruzzava di farina gialla. Si ergevano immediatamente tutte come spermatozoi impazziti, e prendeva a strofinarle con un altro panno, una brancatina per volta. Ripeteva l'operazione due, tre volte finchè non erano completamente pulite e sgrassate e solo allora, finalmente, si poteva andare a dormire.A me piacevano tanto in umido con la polenta o semplicemente in padella con un filo d'olio, uno spicchio d'aglio, una foglia di salvia e la scorzetta dell'arancia. E ci vogliamo dimenticare le frittelline? Seconde, per sapore, solo a quelle di "bianchini ". Sbavo solo a pensarci!
Ora ci hanno tolto anche quelli.Ci serve un permesso per le arselle, per i funghi, e i nostri "muscoli" sono tabù.
Ricordo con nostalgia le passeggiate in pineta in cerca di galletti ( o finferle), di pinacci, di mazze di tamburo.Quei nei sughi unti, per condire tordelli, matuffi. Il brodo col collo di gallina ripieno, il polpettone ( o "milite ignoto" come lo chiamava il pappà). La faraona, ma solo per Befana, ché veniva a pranzo il Cappellano della Misericordia ( il perché poi non l'ho mai saputo).E la carne salata nel coppo, le olive marinate, i tagliarini co' fagioli, gli spaghetti ai coltellacci, il risotto con la tinca, la farinata col cavolo nero e i fagioli dall'occhio, l'anguilla fritta e il baccala fatto come "cazzo ammollato" o lo stoccafisso in umido con la polenta. Le arselle dell'Aladina, la folaga, il fagiano, il rognone con le patate, la coratella, il maone, il picchiante e la testina dell'agnello bollita, spolpata poi il tutto fritto con gobbi e carciofi. Ogni cosa rigorosamente annaffiata con dell'ottimo "scosciato" ( a proposito, ma da dove cacchio veniva 'sto vino?).
Ecco, sto per svenire, ma un ultimo ricordo ossequioso va a quella forma di pecorino stagionato che gravava sulle nostre teste, appoggiato su una paranchina di legno ancorata con una fune al muro della veranda e il cui "aroma" , come di piedi stanchi, ci colpiva già dall'ingresso in casa.
Ci fanno una pippa a noi il kebab e il sushi.
A proposito, ti ricordi le incursioni del pappà al carretto della zia Assunta quando, per dimostrare ai clienti scettici la freschezza del pesce in vendita, se lo mangiava crudo sgusciando una cicala o scapocchiando un totanetto?
Oggi il pesce crudo è di moda, fa molta tendenza, ma all'epoca una signora nel vederlo per poco non sviene. Noi Puosi eravamo già "troppo avanti".!
Allora, ti è piaciuta la passeggiata nel tempo?
Bene, ora dimentica tutto perché non possiamo permetterci più niente. Ci siamo gastronomicamente eruditi: poco olio, niente burro, via i fritti dalla nostra tavola. Ma che vita è?
Te lo posso di', si stava meglio quando si stava peggio!
Non lo so te, ma per quanto mi riguarda vo' morì strafogata ma appagata. Almeno in quello.
P.S. Per i dolci ti riservo un capitolo a parte, un po' più in la sennò la tu moglie mi picchia. A proposito.....
La sposa ormai se deve de convince
che ne le beghe della vita a due,
si cià er fornello facile, pò vince.
Aldo Fabrizi da "La pastasciutta"
Sono qui a sfaccendare in cucina mentre aspetto Tato per il pranzo e un documentario in TV attira lamia attenzione : eccoli li, i delfini! Le creature più splendide, dolci e intelligenti di questo mondo. Li adoro, ma la mia mente malata non si sofferma sullo splendore di quelle immagini, no. Fa invece un'associazione insana e sgradevole: io il delfino me lo sono mangiato!
Sì, lo confesso, ho banchettato con quelle dolci creature, e me ne vergogno. Ma non è stata colpa mia. Bisognava mangiare quello che ci mettevano in tavola e senza tante storie. E c'è anche da dire che allora di tante cose non eravamo al corrente, non c'era tanta coscienza ne conoscenza in questo campo. non sapevo che i delfini erano più umani di noi.
Ora non lo rifarei ma, a quel ricordo, parto per un tour mnemonico- gastronomico che voglio dedicare a mio fratello dato che lui, come me, ha percorso impervi sentieri culinari e, come me, ogni tanto ne ha nostalgia.
Te la ricordi la pastasciutta col sugo di delfino? Ma quanto era buona porca miseria!
La carne era un po' scura, ma aveva un sapore.....E il "musciame"? Quel pidigozzo nero, secco e salato che il pappà appendeva nel sottoscala per poi tagliarcene qualche fettina quando in tavola c'erano i fagioli lessati. Che Flipper mi perdoni, giuro che ora non ne sarei più capace (anche perché fortunatamente ne hanno proibito il commercio) ma quanto era buono! E abbiamo fatto anche di peggio: abbiamo mangiato la carne di testuggine, la tartaruga di mare.
Ricordo che capitarono per caso anche Ivo e Fiorella da Livorno, e il pappà, che quando ci si metteva era un po' stronzo, gliela fece mangiare senza dir loro cos'era. Ottima, certo. Ma quando Ivo lo seppe per poco non si sentì male e sua madre lo tenne in purga per una settimana. Che ridere!
E vogliamo parlare delle lumache? Si prendevano nel campo dietro casa, tra vigne, giunchi e sterpi, il giorno dopo che aveva piovuto e il pappà le metteva in un retino chiuso, appeso a un ramo dell'arancio nell'orto. Le lasciava spurgare per qualche giorno poi la mamma le cucinava in umido con la "niepitella", e danni con gli stuzzicadenti.
Le ranocchie invece le compravamo a " filze " da una vecchietta che passava di strada in strada e le portava già sbuzzate e spellate. Fritte erano la passione di Livio, e la zia Nenzi avrebbe fatto i debiti pur di comprargliele. E gli sconcigli ? Te li ricordi? Quella specie di conchiglioni che ci portava il pappà e la mamma doveva sbollentare, tirarne fuori la polpa, tritarla fine fine con la sua fedele lunetta e poi farne il sugo. Da paura! Uno di quei sughi che il Silvano diceva: "Versimene un po'po' nelle braette.." perché, secondo lui, risvegliava i morti. Bemmi tempi!
Ma il periodo più libidinoso era l'inverno, quando cominciava il passaggio delle " cee" . Maremma maiala che passione!
Anch'io andavo a pescarle. Te no. Te ne stavi nel tuo lettino con le cinque stecche di persiana tirate su, il bicchiere dell'acqua sul comodino,la porta di canera aperta a 45 gradi, non di più, e la solita latania di tutte le sere: Non mi fate de' lupi, non mi fate delle streghe." e bonanotte al secchio.
Io invece ero col pappà, la sul molo tra la Madonnina e il Santa Monica, cioè come tra il sacro e il profano.
Era lui che ci teneva a portarmi con se e io non ho mai saputo dirgli di no. Mi stioccava addosso un'incerata da marinaio di colore arancione che aveva rimediato non so dove e che , secondo lui, avrebbe dovuto proteggermi dal vento e dall'acqua.
Un ti dio che freddo! Credevo di morì! oltre tutto era di un plasticone rigido, tutto rotto sul colletto ma che lui, bontà sua, aveva "riparato" con del nastro adesivo cui, immancabilmente, mi si appiccicavano i capelli. Ma io resistevo imperterrita. Per mio padre avrei affrontato qualsiasi intemperia, e quando ero là, col profumo di salmastro, tra gli spruzzi del mare e il tintinnio delle sartie delle barche sballonzolate dal vento, mi sentivo la padrona del mondo.
A pesca finita si si tornava a casa col nostro bel secchiello di cee e :"Pierina, vanno pulite!" Ed era un imperativo che non ammetteva repliche.
Allora, steso uno strofinaccio sul tavolo, ci rovesciava le ceoline e poi le spruzzava di farina gialla. Si ergevano immediatamente tutte come spermatozoi impazziti, e prendeva a strofinarle con un altro panno, una brancatina per volta. Ripeteva l'operazione due, tre volte finchè non erano completamente pulite e sgrassate e solo allora, finalmente, si poteva andare a dormire.A me piacevano tanto in umido con la polenta o semplicemente in padella con un filo d'olio, uno spicchio d'aglio, una foglia di salvia e la scorzetta dell'arancia. E ci vogliamo dimenticare le frittelline? Seconde, per sapore, solo a quelle di "bianchini ". Sbavo solo a pensarci!
Ora ci hanno tolto anche quelli.Ci serve un permesso per le arselle, per i funghi, e i nostri "muscoli" sono tabù.
Ricordo con nostalgia le passeggiate in pineta in cerca di galletti ( o finferle), di pinacci, di mazze di tamburo.Quei nei sughi unti, per condire tordelli, matuffi. Il brodo col collo di gallina ripieno, il polpettone ( o "milite ignoto" come lo chiamava il pappà). La faraona, ma solo per Befana, ché veniva a pranzo il Cappellano della Misericordia ( il perché poi non l'ho mai saputo).E la carne salata nel coppo, le olive marinate, i tagliarini co' fagioli, gli spaghetti ai coltellacci, il risotto con la tinca, la farinata col cavolo nero e i fagioli dall'occhio, l'anguilla fritta e il baccala fatto come "cazzo ammollato" o lo stoccafisso in umido con la polenta. Le arselle dell'Aladina, la folaga, il fagiano, il rognone con le patate, la coratella, il maone, il picchiante e la testina dell'agnello bollita, spolpata poi il tutto fritto con gobbi e carciofi. Ogni cosa rigorosamente annaffiata con dell'ottimo "scosciato" ( a proposito, ma da dove cacchio veniva 'sto vino?).
Ecco, sto per svenire, ma un ultimo ricordo ossequioso va a quella forma di pecorino stagionato che gravava sulle nostre teste, appoggiato su una paranchina di legno ancorata con una fune al muro della veranda e il cui "aroma" , come di piedi stanchi, ci colpiva già dall'ingresso in casa.
Ci fanno una pippa a noi il kebab e il sushi.
A proposito, ti ricordi le incursioni del pappà al carretto della zia Assunta quando, per dimostrare ai clienti scettici la freschezza del pesce in vendita, se lo mangiava crudo sgusciando una cicala o scapocchiando un totanetto?
Oggi il pesce crudo è di moda, fa molta tendenza, ma all'epoca una signora nel vederlo per poco non sviene. Noi Puosi eravamo già "troppo avanti".!
Allora, ti è piaciuta la passeggiata nel tempo?
Bene, ora dimentica tutto perché non possiamo permetterci più niente. Ci siamo gastronomicamente eruditi: poco olio, niente burro, via i fritti dalla nostra tavola. Ma che vita è?
Te lo posso di', si stava meglio quando si stava peggio!
Non lo so te, ma per quanto mi riguarda vo' morì strafogata ma appagata. Almeno in quello.
P.S. Per i dolci ti riservo un capitolo a parte, un po' più in la sennò la tu moglie mi picchia. A proposito.....
La sposa ormai se deve de convince
che ne le beghe della vita a due,
si cià er fornello facile, pò vince.
Aldo Fabrizi da "La pastasciutta"
giovedì 22 novembre 2012
Stella di mare
" Tu che sei nata dove c'è sempre il sole
sopra uno scoglio che ci si può tuffare..."
In principio fu il caos. Questa gravidanza ripresentatasi ad un anno di distanza dall'altra che avevo volontariamente interrotto, mi scombussolava l'esistenza.
Si, quello non era un buon periodo per me né per il mio matrimonio. La volta precedente mi ero lasciata convincere un po' da tutto e tutti. Non vivevo un rapporto sereno, non ero tranquilla.
Avevo Andrea già di sei anni e tutti a dirmi: "Ma sei matta, cosa ti metti a fare. Uno è anche troppo".
In casa e fuori era un coro unanime. E me ne sono servita come alibi per scusare me stessa e giustificare la mia debolezza.
Poi, dato che quando le cose devono accadere accadono, forse inconsciamente il mio desiderio di maternità ha prevalso sulla razionalità, e la gravidanza si è ripresentata. Tra mille tormenti e ripensamenti, temendo anche, forse a causa di una pavida coscienza cattolica, di venire "castigata" dalla giustizia divina per il gesto compiuto un anno prima.
All'epoca la mia spiritualità era molto latente e non avevo ancora maturato l'idea di un Dio che non punisse ma mettesse alla prova. Ero confusa, spaventata e nervosa. E tutto si ripercuoteva sulla creatura dentro di me.
Non stava mai ferma, avevo la pancia che andava per conto proprio e ogni tanto nell'agitarsi la creatura mi causava anche qualche colica di fegato, così, tanto per gradire.
Sembrava non riposare mai, e infatti....
E' venuta al mondo in un piovoso giorno di novembre, alle due del pomeriggio. E' uscita con il pugno chiuso, alla maniera dei comunisti di una volta, ed era bellissima! Un bambolotto roseo con una peluria biondissima sulla testa e due occhi grandi che poi si sono rivelati azzurri.
"Cavolo, è mio padre!" ho esclamato. Ed era vero, era già una Puosi dalla nascita, e di noi ha mantenuto la follia.
Avrei voluto chiamarla Selvaggia, e l'avrei azzeccata in pieno: un nome un destino. Invece fu suo fratello a sceglierlo: Daniela.
Daniela era irrequieta, non dormiva mai. Ebbe subito un ittero altissimo che ci spaventò a morte.
"Ecco " pensavo "questo è il castigo di Dio " e invece passò. Ma non si attaccava al seno. "Perché è pigra " mi dicevano. E vai con le "campanelle " attaccate ai miei capezzoli dalle quali io, con una cannula, suggevo il latte, mentre lei si limitava, attraverso la tettarella, a farselo scivolare in bocca.
Non c'è stato verso di passare un intera notte di sonno tranquillo fino verso i tre anni. Io seduto sul letto e lei in braccio. Lei piangeva e io piangevo.
"Sarà un castigo." mi dicevo. Però cresceva e diventava sempre più bella : una cascata di riccioli biondi su un viso d'Angelo.
Era la passione di parenti e vicinato. Le mie amiche si divertivano a vestirla e a pettinarla , come fosse una bambola. Pizzi, trine e fermaglietti colorati nei capelli. Tutto quello che, appena ha potuto, ha rinnegato.
Secondo me è stata la caduta al matrimonio di mio fratello che l'ha cambiata. E' venuta giù da un muretto di tre metri e si è spaccata la testa. Non mi toglierò mai dalle orecchie quel " ciack " sordo che ha caratterizzato il colpo sull'asfalto.
"Ecco, ora Dio se la riprende.." ho pensato. E mi sono sentita morire!
Ma Dio non aveva fatto i conti con la sua determinazione e la sua cocciutaggine. La sua testa dura, appunto. E anche quella volta è andata bene. Ma che caratterino..!
Voleva essere guardata, considerata. E' cresciuta selvatica, un maschiaccio irriverente, totalmente anarchica e indipendente. Un "codazzo" informe raccolto dietro la nuca, pantalonacci, maglietta, e via.......a giro con la bici.
Lo sport la stancava, la scuola l'annoiava. Una sola grande passione: i panini.
Mio padre la chiamava Poldo, come il personaggio dei cartoni che aveva sempre un hot-dog per le mani. Carlo invece l'aveva soprannominata " la pastora ", perché nel frattempo aveva anche imparato a fischiare con le dita in bocca. E così su su negli anni fino all'adolescenza, all'incontro con il suo Tato, l'unico essere maschile ( a parte suo fratello che adora ) cui ha concesso di entrare nel suo mondo. E c'è ancora dopo diciannove anni.
Ma, nonostante le apparenze, il suo micro-cosmo non è solo questo. Daniela è molto di più.
Combattente nata, novella Don Chisciotte, si ritrova a combattere battaglie non sue, eppure non si tira mai indietro.
Senso del dovere e responsabilità verso gli altri sono le sue doti e il suo cruccio. Eppure la sua vita è fatta di piccole cose, semplici: i suoi cani, il suo ragazzo, la sua famiglia, la sua casa.
Non ha grandi ambizioni, non fa voli pindarici. Le piace quello che ha e il suo ruolo di padrona di casa. Lei è nata per fare la casalinga, e si trova perfettamente a suo agio tra pentole, fornelli ed elettrodomestici vari. E' il suo regno e non pretende altro che di vivere serena e tranquilla, senza troppi pensieri.
Daniela cara, ora sei alla soglia dei trentatré anni e voglio farti un regalo, uno di quei regali particolari che noi ogni tanto ci scambiamo perché non costano niente, ma sono comunque testimonianza dell'amore e del rispetto che abbiamo una per l'altra.
Una volta, da piccola, venuta a conoscenza della mia interruzione di gravidanza mi dicesti : "Hai visto? Sono stata più forte io. sono tornata e stavolta son riuscita a nascere!" Come se d'istinto, a quell'età, tu avessi già intuito e risolto il mistero cosmico dell'anima e del karma.
All'epoca pensai : "E meno male!" . E lo penso tutt'ora.
Te (come tuo fratello) sei stata un dono prezioso, una creatura speciale che mi è stata inviata per aiutarmi a capire, a maturare. Altro che castigo, è stata una fortuna averti, e ora che sei ormai una donna, vorrei farti capire quanto il vederti crescere ha riempito la mia vita.
E' vero, sei stata a volte faticosa, spesso impegnativa. Hai fatto delle scelte che non sempre ho condiviso, ma erano le tue, e non potevo fare diversamente che assecondarti.
Hai conosciuto la violenza, il dolore. Hai dovuto, fin da piccola, rapportarti a cose più grandi di te, e di questo ti chiedo scusa, ma tu sai che non avevo molta scelta. O forse si.
Forse, se avessi insistito di più, se mi fossi persa di più dietro a voi due, oggi non saresti a fare il mestiere che fai e avresti meno problemi. Perdonami, io non sono perfetta e ti chiedo scusa per non averti guidata verso un futuro diverso.
Ma qualcosa di buono devo averlo fatto se ancora ti ho vicina così come sei: forte come una amazzone, tenera come un panda, guerriera e incazzosa, fragile e spaventata. Anima grande, folata di vento, stella di mare, amore mio. Ti adoro.
Tanti auguri Daniela.
L'INTRECCIO
Ho preso due raggi di sole
due fili d'erba mattutina
due gocce di mare limpido
e li ho intrecciati con l'attesa.
Ho scavato nella terra nera
un giaciglio caldo e ti ho abbracciata;
-nove umide lune-.
Sei nata in un grido prepotente
dal tepore di un abbraccio
e sapevi di sale.
Cristina S.
sopra uno scoglio che ci si può tuffare..."
In principio fu il caos. Questa gravidanza ripresentatasi ad un anno di distanza dall'altra che avevo volontariamente interrotto, mi scombussolava l'esistenza.
Si, quello non era un buon periodo per me né per il mio matrimonio. La volta precedente mi ero lasciata convincere un po' da tutto e tutti. Non vivevo un rapporto sereno, non ero tranquilla.
Avevo Andrea già di sei anni e tutti a dirmi: "Ma sei matta, cosa ti metti a fare. Uno è anche troppo".
In casa e fuori era un coro unanime. E me ne sono servita come alibi per scusare me stessa e giustificare la mia debolezza.
Poi, dato che quando le cose devono accadere accadono, forse inconsciamente il mio desiderio di maternità ha prevalso sulla razionalità, e la gravidanza si è ripresentata. Tra mille tormenti e ripensamenti, temendo anche, forse a causa di una pavida coscienza cattolica, di venire "castigata" dalla giustizia divina per il gesto compiuto un anno prima.
All'epoca la mia spiritualità era molto latente e non avevo ancora maturato l'idea di un Dio che non punisse ma mettesse alla prova. Ero confusa, spaventata e nervosa. E tutto si ripercuoteva sulla creatura dentro di me.
Non stava mai ferma, avevo la pancia che andava per conto proprio e ogni tanto nell'agitarsi la creatura mi causava anche qualche colica di fegato, così, tanto per gradire.
Sembrava non riposare mai, e infatti....
E' venuta al mondo in un piovoso giorno di novembre, alle due del pomeriggio. E' uscita con il pugno chiuso, alla maniera dei comunisti di una volta, ed era bellissima! Un bambolotto roseo con una peluria biondissima sulla testa e due occhi grandi che poi si sono rivelati azzurri.
"Cavolo, è mio padre!" ho esclamato. Ed era vero, era già una Puosi dalla nascita, e di noi ha mantenuto la follia.
Avrei voluto chiamarla Selvaggia, e l'avrei azzeccata in pieno: un nome un destino. Invece fu suo fratello a sceglierlo: Daniela.
Daniela era irrequieta, non dormiva mai. Ebbe subito un ittero altissimo che ci spaventò a morte.
"Ecco " pensavo "questo è il castigo di Dio " e invece passò. Ma non si attaccava al seno. "Perché è pigra " mi dicevano. E vai con le "campanelle " attaccate ai miei capezzoli dalle quali io, con una cannula, suggevo il latte, mentre lei si limitava, attraverso la tettarella, a farselo scivolare in bocca.
Non c'è stato verso di passare un intera notte di sonno tranquillo fino verso i tre anni. Io seduto sul letto e lei in braccio. Lei piangeva e io piangevo.
"Sarà un castigo." mi dicevo. Però cresceva e diventava sempre più bella : una cascata di riccioli biondi su un viso d'Angelo.
Era la passione di parenti e vicinato. Le mie amiche si divertivano a vestirla e a pettinarla , come fosse una bambola. Pizzi, trine e fermaglietti colorati nei capelli. Tutto quello che, appena ha potuto, ha rinnegato.
Secondo me è stata la caduta al matrimonio di mio fratello che l'ha cambiata. E' venuta giù da un muretto di tre metri e si è spaccata la testa. Non mi toglierò mai dalle orecchie quel " ciack " sordo che ha caratterizzato il colpo sull'asfalto.
"Ecco, ora Dio se la riprende.." ho pensato. E mi sono sentita morire!
Ma Dio non aveva fatto i conti con la sua determinazione e la sua cocciutaggine. La sua testa dura, appunto. E anche quella volta è andata bene. Ma che caratterino..!
Voleva essere guardata, considerata. E' cresciuta selvatica, un maschiaccio irriverente, totalmente anarchica e indipendente. Un "codazzo" informe raccolto dietro la nuca, pantalonacci, maglietta, e via.......a giro con la bici.
Lo sport la stancava, la scuola l'annoiava. Una sola grande passione: i panini.
Mio padre la chiamava Poldo, come il personaggio dei cartoni che aveva sempre un hot-dog per le mani. Carlo invece l'aveva soprannominata " la pastora ", perché nel frattempo aveva anche imparato a fischiare con le dita in bocca. E così su su negli anni fino all'adolescenza, all'incontro con il suo Tato, l'unico essere maschile ( a parte suo fratello che adora ) cui ha concesso di entrare nel suo mondo. E c'è ancora dopo diciannove anni.
Ma, nonostante le apparenze, il suo micro-cosmo non è solo questo. Daniela è molto di più.
Combattente nata, novella Don Chisciotte, si ritrova a combattere battaglie non sue, eppure non si tira mai indietro.
Senso del dovere e responsabilità verso gli altri sono le sue doti e il suo cruccio. Eppure la sua vita è fatta di piccole cose, semplici: i suoi cani, il suo ragazzo, la sua famiglia, la sua casa.
Non ha grandi ambizioni, non fa voli pindarici. Le piace quello che ha e il suo ruolo di padrona di casa. Lei è nata per fare la casalinga, e si trova perfettamente a suo agio tra pentole, fornelli ed elettrodomestici vari. E' il suo regno e non pretende altro che di vivere serena e tranquilla, senza troppi pensieri.
Daniela cara, ora sei alla soglia dei trentatré anni e voglio farti un regalo, uno di quei regali particolari che noi ogni tanto ci scambiamo perché non costano niente, ma sono comunque testimonianza dell'amore e del rispetto che abbiamo una per l'altra.
Una volta, da piccola, venuta a conoscenza della mia interruzione di gravidanza mi dicesti : "Hai visto? Sono stata più forte io. sono tornata e stavolta son riuscita a nascere!" Come se d'istinto, a quell'età, tu avessi già intuito e risolto il mistero cosmico dell'anima e del karma.
All'epoca pensai : "E meno male!" . E lo penso tutt'ora.
Te (come tuo fratello) sei stata un dono prezioso, una creatura speciale che mi è stata inviata per aiutarmi a capire, a maturare. Altro che castigo, è stata una fortuna averti, e ora che sei ormai una donna, vorrei farti capire quanto il vederti crescere ha riempito la mia vita.
E' vero, sei stata a volte faticosa, spesso impegnativa. Hai fatto delle scelte che non sempre ho condiviso, ma erano le tue, e non potevo fare diversamente che assecondarti.
Hai conosciuto la violenza, il dolore. Hai dovuto, fin da piccola, rapportarti a cose più grandi di te, e di questo ti chiedo scusa, ma tu sai che non avevo molta scelta. O forse si.
Forse, se avessi insistito di più, se mi fossi persa di più dietro a voi due, oggi non saresti a fare il mestiere che fai e avresti meno problemi. Perdonami, io non sono perfetta e ti chiedo scusa per non averti guidata verso un futuro diverso.
Ma qualcosa di buono devo averlo fatto se ancora ti ho vicina così come sei: forte come una amazzone, tenera come un panda, guerriera e incazzosa, fragile e spaventata. Anima grande, folata di vento, stella di mare, amore mio. Ti adoro.
Tanti auguri Daniela.
L'INTRECCIO
Ho preso due raggi di sole
due fili d'erba mattutina
due gocce di mare limpido
e li ho intrecciati con l'attesa.
Ho scavato nella terra nera
un giaciglio caldo e ti ho abbracciata;
-nove umide lune-.
Sei nata in un grido prepotente
dal tepore di un abbraccio
e sapevi di sale.
Cristina S.
lunedì 19 novembre 2012
Come la fragola e il melograno
Effettivamente non l'avevo notato prima, poi stamani, mentre in giardino appendevo i panni al sole, mi è caduto l'occhio sul vaso delle fragole, e ho visto che le piantine non solo hanno ancora i fiori, ma addirittura ne spuntano due timide fragoline. Fragole a novembre?!
Sopra al vaso, quasi a protezione, i rami del melograno si protendono vanitosamente ad offrirmi i loro frutti, tante belle vermiglie melograne appese come lanterne cinesi.
Ma come convivono le fragole con il melograno? Dovrebbero essere in antitesi. Si, il melograno è un frutto invernale, ma le fragole sono un frutto primaverile.
Eppure sono lì, insieme, ad offrirmi tutta la loro dolcezza. Allora penso: la natura è strana, non puoi dare mai niente per scontato. Il clima cambia, stravolge le cose. Il suo controllo ci sfugge di mano continuamente. Quando decide di darci una lezione noi non possiamo farci niente,non siamo in grado di controllarne gli eventi e dobbiamo subire. Eppure, nonostante ci ritroviamo continuamente in ginocchio, non riusciamo ad imparare, a far tesoro degli errori. Perché nessuno può negare che gran parte dei disastri ecologici degli ultimi anni siano stati causati dall'uomo.
Si continua a fare esperimenti nel sottosuolo, a disboscare, a costruire dove non si dovrebbe e in malo modo.
I media sono pieni di discussioni, dibattiti e documentari sull'argomento. E poi? Niente, non cambia niente. Si continua come prima.
Guardate ad esempio la nave all'argentario. Aspettano il disastro ecologico, poi forse la smantelleranno. Ma intanto qualcuno si sarà fatto grasso speculandoci sopra. E a rimetterci è sempre la povera gente, che non potendo fare altro, impreca contro la natura e il fato.
Ma non è il Creato ad essere disarmonico, è l'uomo che fa schifo! Con la sua presunzione di voler spostare i corsi d'acqua, con la sua superficialità, la sua ignoranza.
La natura si difende e si adegua . Cosa che noi non abbiamo ancora imparato a fare.
Non mi se ne voglia per il richiamo forse non proprio idoneo, ma una volta dalle piene del Nilo gli egiziani trassero la loro ricchezza sfruttando il territorio al ritiro delle acque, e le loro costruzioni, come del resto quelle di altre civiltà antiche, hanno resistito nel tempo giungendo sino a noi.
D'accordo, forse è un paragone non felice, ma è solo per dimostrare quanto l'uomo non sia per niente progredito, tutt'altro. Allora, forse, qualcosa deve cambiare.
Forse nella sua rabbia la natura vuole dirci qualcosa, insegnarci qualcosa. Dobbiamo cominciare a ragionare in modo diverso, adeguarci al cambiamento. Ecco la parola magica: adeguarsi!
Dobbiamo mutare, per tornare in armonia con il creato. Altrimenti si rischia l'estinzione come i dinosauri.
Evitiamo di ricostruire dove si pensa il terreno possa cedere, piantiamo di nuovo gli alberi sui fianchi delle montagne. Rischiamo le piene? Non mettiamo case negli alvei dei fiumi, la dove sappiamo potrebbero esondare. Magari riprendiamo a fare case su "palafitte" in cemento, così che possano restare un po' più in alto qualora che....
Insomma, adeguiamoci! Ma con cervello e umiltà questa volta. Perchè se non vogliamo imparare niente non ce la faremo.
La natura è più forte e più intelligente di noi. E sa adeguarsi al cambiamento per sopravvivere e convivere in armonia nonostante tutto.
Appunto.. come la fragola e il melograno.
DEDICATE ALLA NATURA.......
Pavida e maestosa
col tuo bouquet di verdi
mi interrompi il cielo
di questo spento aprile
rorida betulla
che mi concili al mondo.
Sono entrata nel bosco,
ma era solo un'anima.
Ho camminato piano
pei sentieri più duri
osservando curiosa
ogni ramo spezzato,
ogni glauca foglia:
ciò che il cuore trovava.
Poi mi sono chinata
a raccogliere un fiore,
ma era solo una lacrima.
Perla
Sopra al vaso, quasi a protezione, i rami del melograno si protendono vanitosamente ad offrirmi i loro frutti, tante belle vermiglie melograne appese come lanterne cinesi.
Ma come convivono le fragole con il melograno? Dovrebbero essere in antitesi. Si, il melograno è un frutto invernale, ma le fragole sono un frutto primaverile.
Eppure sono lì, insieme, ad offrirmi tutta la loro dolcezza. Allora penso: la natura è strana, non puoi dare mai niente per scontato. Il clima cambia, stravolge le cose. Il suo controllo ci sfugge di mano continuamente. Quando decide di darci una lezione noi non possiamo farci niente,non siamo in grado di controllarne gli eventi e dobbiamo subire. Eppure, nonostante ci ritroviamo continuamente in ginocchio, non riusciamo ad imparare, a far tesoro degli errori. Perché nessuno può negare che gran parte dei disastri ecologici degli ultimi anni siano stati causati dall'uomo.
Si continua a fare esperimenti nel sottosuolo, a disboscare, a costruire dove non si dovrebbe e in malo modo.
I media sono pieni di discussioni, dibattiti e documentari sull'argomento. E poi? Niente, non cambia niente. Si continua come prima.
Guardate ad esempio la nave all'argentario. Aspettano il disastro ecologico, poi forse la smantelleranno. Ma intanto qualcuno si sarà fatto grasso speculandoci sopra. E a rimetterci è sempre la povera gente, che non potendo fare altro, impreca contro la natura e il fato.
Ma non è il Creato ad essere disarmonico, è l'uomo che fa schifo! Con la sua presunzione di voler spostare i corsi d'acqua, con la sua superficialità, la sua ignoranza.
La natura si difende e si adegua . Cosa che noi non abbiamo ancora imparato a fare.
Non mi se ne voglia per il richiamo forse non proprio idoneo, ma una volta dalle piene del Nilo gli egiziani trassero la loro ricchezza sfruttando il territorio al ritiro delle acque, e le loro costruzioni, come del resto quelle di altre civiltà antiche, hanno resistito nel tempo giungendo sino a noi.
D'accordo, forse è un paragone non felice, ma è solo per dimostrare quanto l'uomo non sia per niente progredito, tutt'altro. Allora, forse, qualcosa deve cambiare.
Forse nella sua rabbia la natura vuole dirci qualcosa, insegnarci qualcosa. Dobbiamo cominciare a ragionare in modo diverso, adeguarci al cambiamento. Ecco la parola magica: adeguarsi!
Dobbiamo mutare, per tornare in armonia con il creato. Altrimenti si rischia l'estinzione come i dinosauri.
Evitiamo di ricostruire dove si pensa il terreno possa cedere, piantiamo di nuovo gli alberi sui fianchi delle montagne. Rischiamo le piene? Non mettiamo case negli alvei dei fiumi, la dove sappiamo potrebbero esondare. Magari riprendiamo a fare case su "palafitte" in cemento, così che possano restare un po' più in alto qualora che....
Insomma, adeguiamoci! Ma con cervello e umiltà questa volta. Perchè se non vogliamo imparare niente non ce la faremo.
La natura è più forte e più intelligente di noi. E sa adeguarsi al cambiamento per sopravvivere e convivere in armonia nonostante tutto.
Appunto.. come la fragola e il melograno.
DEDICATE ALLA NATURA.......
Pavida e maestosa
col tuo bouquet di verdi
mi interrompi il cielo
di questo spento aprile
rorida betulla
che mi concili al mondo.
Sono entrata nel bosco,
ma era solo un'anima.
Ho camminato piano
pei sentieri più duri
osservando curiosa
ogni ramo spezzato,
ogni glauca foglia:
ciò che il cuore trovava.
Poi mi sono chinata
a raccogliere un fiore,
ma era solo una lacrima.
Perla
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